Napoli piange Tino Santangelo, il notaio-giurista che scelse la poesia e un gesto estremo
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Una vita per le istituzioni, quella di Tino Santangelo, spentasi ieri all'età di 89 anni, che ha attraversato da protagonista le stagioni più significative della Napoli contemporanea, segnando, con il suo rigore e la sua visione, anche il futuro della professione notarile. Uomo di Stato e giurista di solida formazione, seppe infatti guardare sempre avanti, come dimostrò, già a metà degli anni Settanta, quando fu tra i primi in Italia a dotare il suo studio di un sistema di videoscrittura e di una banca dati, un'intuizione pionieristica che di fatto anticipava l'arrivo del computer negli uffici. Quella stessa lungimiranza la riversò nella sua passione civile e politica, che lo portò, nel 1993, a candidarsi a sindaco come civico, sfidando Antonio Bassolino, per poi sostenerlo al ballottaggio in nome di un bene superiore: da quel confronto nacque un'amicizia solida e sincera, che sarebbe durata nel tempo.
La sofferenza e i versi come ultimo rifugio
Il peso di un lungo calvario giudiziario, durato diciassette anni e culminato in un nuovo processo imminente per la gestione di Bagnolifutura, ha però segnato profondamente gli ultimi anni di Santangelo, uomo che, come scrissero di lui, "visse nella legalità". Una sofferenza che trovò espressione nella poesia, suo ultimo, intimo rifugio. Il 15 marzo dello scorso anno, infatti, scrisse al giornale chiedendo ospitalità per la rubrica "La bottega della poesia" e firmando, con amara allusione, con lo pseudonimo di Edmond Dantès, il protagonista del "Conte di Montecristo", ingiustamente incarcerato. In quei versi, che voleva pubblicare, si leggevano già i segni di una profonda lacerazione interiore, come nel passo "In eterno gli peserà sul petto il macigno di una giustizia ingiusta", una metafora potente del suo stato d'animo.
L'addio e il macigno di una giustizia sentita come persecutoria
Quel macigno, alla fine, è diventato insostenibile, portandolo a un gesto estremo e doloroso, compiuto nella sua abitazione di Chiaia, a poche settimane dal novantesimo compleanno. Un addio che ha lasciato nello sconcerto quanti lo conobbero come vicesindaco, durante l'amministrazione di Rosa Russo Iervolino, e come professionista stimato. Il refrain che oggi riecheggia tra chi lo ha amato è un unico, straziante concetto: "È morto da innocente". Una dichiarazione che racchiude tutta la tragica dissonanza di un'esistenza spesa al servizio della legge e poi logorata da un iter giudiziario percepito come una condanna senza tregua, un'ossessione che ne ha offuscato i meriti e la dedizione civile.
L'eredità di un galantuomo tra diritto e sentimento
Resta, al di là della cronaca nera rispettosamente tratteggiata, il ritratto di un galantuomo, la cui storia personale e professionale si intreccia indissolubilmente con quella della città. Santangelo incarnava una figura di giurista che non separava la conoscenza del diritto dalla sensibilità umana, come dimostra il suo ricorso alla poesia per dare voce a un dolore altrimenti inesprimibile. La sua scomparsa chiude un capitolo importante, lasciando in eredità il modello di un impegno che seppe coniugare l'innovazione tecnologica con i valori più antichi del servizio pubblico, ma anche il monito su come il labirinto della giustizia, con i suoi tempi e le sue procedure, possa avere un costo umano incalcolabile, specie per chi, come lui, quella giustizia aveva sempre rispettato.




