Franco Battiato, il lungo viaggio arriva al cinema con un film e un attore trasformato
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Lo chiamavano “Cicciu” in famiglia, per via della sua magrezza, e fu proprio sua madre, nonostante gli scherzi affettuosi sul suo aspetto, a regalargli quel primo pianoforte tanto agognato, strumento al quale il piccolo Franco si affezionò al punto da dormirgli accanto. Una felicità breve, quella, bruscamente interrotta dal padre che, all’insaputa di tutti, rivendette lo strumento. Questo episodio, tra i tanti, fa parte di quel mosaico di memorie che compone la figura complessa del cantautore, eroe solitario la cui esistenza viene ora ripercorsa nel film “Franco Battiato. Il lungo viaggio”, diretto da Renato De Maria. I biopic dedicati agli artisti italiani, del resto, nascono sempre sotto una lente d’ingrandimento potente, quella di un pubblico che crede di conoscerne già ogni sfumatura, alimentando un’idea spesso approssimativa se non confusa. L’opera cinematografica, invece, prova a scavare in profondità, mostrando quanto ci sia ancora da comprendere dietro la persona, al di là della fama consolidata.
Il campo largo di una vita, dalla scuola a "La cura"
La narrazione scelta dal regista si sviluppa come un “campo largo”, per usare un’espressione cara allo stesso Battiato, abbracciando un arco temporale che si dipana dagli anni delle elementari fino al 1996, periodo di creazione de “La cura”, universalmente riconosciuto come uno dei suoi capolavori. La pellicola, quindi, decide di fermarsi volontariamente circa cinque anni prima della scomparsa dell’artista, avvenuta nel 2021 nella sua casa di Milo, ai piedi dell’Etna, luogo che fa comunque da cornice all’ultima, significativa scena. L’uscita nelle sale, prevista per il 2, 3 e 4 febbraio come evento distribuito da Nexo, sarà seguita dalla trasmissione televisiva su Raiuno, subito dopo la conclusione del Festival di Sanremo, garantendo una visibilità ampia e trasversale.
La metamorfosi dell’interprete: Dario Aita racconta la prova
A vestire i panni, fisici e spirituali, di Battiato è l’attore Dario Aita, la cui somiglianza con il cantautore, frutto di un accurato lavoro di caratterizzazione, risulta subito impressionante. Ma, come lui stesso ha spiegato, l’esperienza è andata ben oltre la semplice imitazione esteriore, configurandosi come un vero e proprio percorso di trasformazione interiore. «Se vivi per un anno dentro quel mondo, non torni più lo stesso», ha affermato Aita, sottolineando come esista un prima e un dopo questa immersione totale nella vita e nell’universo artistico del musicista catanese. Un processo che, nelle sue parole, assomiglia più all’apertura di una porta verso un’energia particolare che a una mera interpretazione, un viaggio personale che inevitabilmente segna chi lo intraprende.
Un'operazione che sfida la percezione comune
Il film, prodotto da Rai fiction e Casta Diva, si propone dunque non come una semplice successione cronologica di eventi, bensì come un tentativo di cogliere l’essenza di un artista per sua natura sfuggente e poliedrico. Evitando di addentrarsi negli ultimi anni di vita, l’opera si concentra sul periodo creativo più fecondo, lasciando sullo sfondo la malattia e puntando i riflettori sulla genesi del pensiero e della musica. Si tratta di una scelta narrativa precisa, che intende preservare una certa aura di mistero mentre, al contempo, offre nuovi spunti di riflessione su aneddoti noti e momenti meno conosciuti, sfidando quella percezione superficiale che spesso circonda le figure pubbliche di tale levatura.




