Mythos, Gpt 5.4 Cyber: come attrezzarci contro il diluvio di attacchi in arrivo
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Redazione Economia
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L’annuncio legato al modello Mythos, sviluppato da Anthropic, e poi seguito da un analogo di OpenAI, ha introdotto un elemento radicalmente nuovo nel dibattito sulla sicurezza informatica. Non ci troviamo più di fronte a semplici sistemi capaci di scrivere codice o di assistere lo sviluppo software, bensì a strumenti progettati per individuare vulnerabilità su larga scala, un’abilità che fino a ieri era considerata un’esclusiva quasi mistica dei ricercatori di sicurezza più esperti. Ne sono venuti allarmi immediati da parte di istituzioni della finanza globale, come banche centrali e colossi del credito, i quali hanno compreso che il vecchio paradigma della “sicurezza attraverso l’oscurità” è definitivamente crollato. Tuttavia, al di là del panico iniziale che ha colto i mercati, esiste un impatto concreto che investirà utenti comuni e aziende di ogni dimensione, modificando per sempre le regole del rischio digitale.
La Casa Bianca e il paradosso Anthropic
La figura dell’hacker, quell’immagine stereotipata del nerd incappucciato che vediamo in ogni film o serie tv, non ha più un fisico se non quello, fin troppo umano, di Dario Amodei, il Ceo di Anthropic. È lui l’artefice di una scelta che ha dell’incredibile: aveva rifiutato una collaborazione con il Pentagono per la fornitura del modello Claude, rispedendo al mittente un contratto che avrebbe dato le chiavi del proprio sistema per usi su armi completamente autonome e per la sorveglianza degli americani. Eppure, con l’arrivo di Mythos, qualcosa è cambiato. Secondo ricostruzioni della stampa, il modello non è stato rilasciato al pubblico proprio perché ritenuto troppo pericoloso nelle mani sbagliate, nella sua capacità non solo di difendere, ma anche di violare sistemi con una velocità impressionante. Se il Pentagono aveva chiuso le porte ad Anthropic, la Casa Bianca ha deciso di trattare: incontri al vertice tra Amodei e i funzionari dell’amministrazione Trump, tra cui il capo di gabinetto e il segretario al Tesoro, hanno sancito una tregua armata. La posta in gioco non è più la sorveglianza dei cittadini, ma la sicurezza dell’intero sistema digitale globale.
Il miraggio delle vulnerabilità zero-day
Claude Mythos è stato presentato come un modello capace di individuare migliaia di vulnerabilità zero-day, quelle faglie nascoste nel codice che nemmeno gli sviluppatori conoscono. Tuttavia, un’analisi più attenta condotta sui database CVE (il registro pubblico delle vulnerabilità) ridimensiona questi proclami. Solo circa una quarantina di vulnerabilità risultano effettivamente attribuite a ricercatori collegati all’azienda, mentre una sola è direttamente legata al progetto Glasswing, l’iniziativa che vede Mythos condiviso con colossi come Apple, Google, Microsoft e JpMorganChase. Questa discrepanza tra annuncio e realtà solleva dubbi legittimi sulla trasparenza dei risultati dichiarati. D’altra parte, è innegabile che la mossa abbia scatenato una reazione immediata: OpenAI, non volendo restare indietro, ha risposto con Gpt 5.4 Cyber, un modello ottimizzato per la difesa, dimostrando che la competizione sui Large Language Model si gioca ora sul campo della sicurezza informatica.
Due visioni a confronto per il controllo
Mentre Anthropic ha blindato Mythos in un accesso limitatissimo (circa 40 organizzazioni), OpenAI ha scelto una via più democratica ma altrettanto controllata, rilasciando il proprio modello a centinaia di ricercatori verificati attraverso un programma di accesso fidato. Il primo approccio, quello di Amodei, si basa sulla limitazione delle capacità del modello stesso; il secondo, sposato da Sam Altman, punta sulla gestione rigorosa dell’identità dell’utente. Entrambe le strategie, seppur opposte, ammettono una verità scomoda: abbiamo creato strumenti che non comprendiamo appieno e a cui dovremo delegare la nostra sicurezza. Per le aziende, il messaggio è chiaro. Non si tratta più di fare “cyber igiene” o di applicare patch manualmente. Se modelli come Mythos riescono a trasformare il 72% delle vulnerabilità scoperte in exploit funzionanti, il tempo di reazione umano diventa una variabile obsoleta. L’unica difesa possibile sarà quella automatizzata, una controffensiva mossa dall’Ia stessa, in un duello silenzioso tra algoritmi.




