Firenze, l’angiografia con anidride carbonica supera i duemila casi: meno rischi per i reni
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Redazione Salute
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L’ospedale San Giovanni di Dio di Firenze, la struttura di Torregalli per intenderci, ha recentemente superato un traguardo che è tutt’altro che simbolico: duemila procedure di angiografia eseguite utilizzando l’anidride carbonica come mezzo di contrasto. Una tecnica, questa, che rappresenta un’alternativa concreta all’uso dei mezzi di contrasto tradizionali a base di iodio, i quali, come è noto, possono gravare sulla funzionalità renale dei pazienti, specialmente di quelli già compromessi. Dal lontano 2014, anno in cui la chirurgia vascolare del presidio fiorentino ha avviato questo percorso, l’impiego della CO₂ ha aperto una strada che potremmo definire rivoluzionaria, consentendo di operare in sicurezza anche soggetti che, in passato, sarebbero stati esclusi da certi tipi di intervento per via dei rischi associati alla nefrotossicità del contrasto iodato.
Il principio è semplice, nella sua complessa applicazione: l’anidride carbonica, insufflata nel vaso sanguigno, sposta temporaneamente il sangue, rendendo visibili arterie e vene ai raggi X quanto basta per guidare il chirurgo. Una metodica che, come hanno spiegato i promotori, non solo riduce drasticamente il pericolo di complicanze renali, ma ha gradualmente modificato l’approccio stesso della chirurgia vascolare, tanto che oggi viene impiegata routinariamente, e non più solo in casi selezionati di insufficienza renale conclamata. Il dottor Stefano Michelagnoli, direttore della Chirurgia Vascolare, ne ha parlato in un’audizione al Senato, sottolineando come il San Giovanni di Dio sia ormai un riferimento nazionale per questa pratica, capace di attrarre e gestire pazienti che negli altri presidi della Asl Toscana centro — e ci riferiamo a Empoli, Prato, Pistoia — non potrebbero essere trattati altrettanto agevolmente.
La prevenzione renale scende in piazza e nei palazzi istituzionali
Parallelamente a questi avanzamenti strettamente clinici e tecnologici, la sensibilità verso la salute renale sta trovando canali di espressione sempre più ampi e diversificati. In occasione della Giornata Mondiale del Rene, che cade il 12 marzo, il Dipartimento di Nefrocardiologia del Policlinico di Palermo ha organizzato una giornata di screening gratuiti e informazione, scegliendo una location di grande rilievo simbolico come il Palazzo dei Normanni, sede del Parlamento siciliano. L’iniziativa, prevista per il 16 marzo, mira a portare la prevenzione nel cuore delle istituzioni, offrendo ai cittadini la possibilità di sottoporsi a controlli non invasivi — misurazione della pressione, esame delle urine — per intercettare precocemente quei segnali, spesso silenti, che possono indicare la presenza di ipertensione arteriosa o di nefropatie incipienti.
Non si tratta, e va sottolineato, di un evento isolato. In contemporanea, un po’ ovunque nel paese, si moltiplicano le iniziative. Se a Palermo si sceglie il fasto del Palazzo dei Normanni, a Milano si punta sui banchi di scuola. I professionisti della Nefrologia del Policlinico milanese, diretti dal professor Giuseppe Castellano, hanno incontrato gli studenti dell’Istituto Zaccaria per parlare di prevenzione e stili di vita. Un dialogo, quello con i giovanissimi, che parte dal presupposto che la cura dei reni si costruisce fin dall’adolescenza, attraverso abitudini corrette e la consapevolezza dei rischi legati a una cattiva alimentazione o alla sedentarietà. L’obiettivo, comune a tutte queste iniziative, è quello di uscire dagli ambulatori per andare incontro alla gente, cercando di intercettare una patologia, quella renale cronica, che troppo spesso viene diagnosticata in fase avanzata, quando il danno è ormai difficile da arginare.
La malattia renale cronica e il suo impatto sistemico, oltre i filtri
C’è un dato, emerso nel corso delle varie riflessioni legate alla Giornata Mondiale, che merita attenzione: la malattia renale cronica non è un problema circoscritto ai soli organi emuntori, ma rappresenta un’onda d’urto che si ripercuote su tutto l’organismo. Colpisce il cuore, i vasi, i muscoli e, come dimostrano studi recenti, anche il sistema nervoso. Non è raro, infatti, che i pazienti con insufficienza renale avanzata vadano incontro a un declino cognitivo, a turbe dell’umore, a depressione: alterazioni che incidono pesantemente sulla qualità della vita e che sono spesso sottovalutate. Quasi 800 milioni le persone che nel mondo convivono con questa condizione, una cifra che impone una riflessione urgente e che, secondo le proiezioni, potrebbe portare questa patologia a diventare, entro il 2040, la quinta causa di mortalità globale.
Si tratta di numeri che fotografano un’emergenza silenziosa, alimentata da stili di vita scorretti, dall’invecchiamento della popolazione e dalla diffusione di patologie come il diabete e l’ipertensione, che dei reni sono nemiche giurate. Gli screening organizzati un po’ in tutta Italia, dalle strutture Asl di Salerno ai gazebo in piazza a Trento, fino agli ospedali del Salento, rispondono proprio all’esigenza di invertire questa tendenza, promuovendo una diagnosi che sia realmente precoce. Perché se è vero che la ricerca, come nel caso fiorentino dell’angiografia con CO₂, sta facendo passi da gigante nel trattamento e nella gestione del paziente fragile, è altrettanto vero che il primo, fondamentale passo resta la prevenzione.




