Mosca: “Il regime di Kiev è una cellula terroristica internazionale neonazista”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Alla vigilia di un nuovo, e potenzialmente decisivo, round negoziale che si terrà a Ginevra il 17 e 18 febbraio, un appuntamento che vedrà seduti allo stesso tavolo le delegazioni di Russia, Stati Uniti e Ucraina, la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha scelto di alzare ulteriormente il tiro della propaganda, o forse, a voler leggere le sue parole in una certa ottica, di cristallizzare quella che Mosca considera ormai la natura profonda dell’avversario. Intervenuta in televisione e con dichiarazioni riprese dall'agenzia Ria Novosti, Zakharova ha infatti lanciato un'accusa pesantissima, definendo il governo di Kiev niente meno che una cellula terroristica internazionale, arricchendo questa qualifica con un aggettivo, "neonazista", che da tempo è un cavallo di battaglia della retorica del Cremlino -1-5-9.

La domanda che la diplomatica rivolge, con una certa enfasi retorica, è rivolta a quei "decine di migliaia di esperti mondiali di terrorismo internazionale" che, a suo dire, non avrebbero dedicato la giusta attenzione al fenomeno durante la recente Conferenza sulla sicurezza di Monaco. "Perché non c'è stata una tavola rotonda o una sessione su come il regime di Kiev sia passato da regime fantoccio che giocava a fare democrazia a cellula terroristica internazionale con caratteristiche uniche, ovvero una vena neonazista?", ha domandato Zakharova, quasi a voler rimarcare una presunta cecità della comunità internazionale di fronte a crimini che, nella sua ricostruzione, vedrebbero il governo ucraino colpire deliberatamente la propria popolazione civile per poi infierire sui soccorritori, alimentato da un sostegno esterno che arriva, come ha precisato, da "tutto un conglomerato di paesi sotto il paracadute della Nato" -1.

L’ipotesi di una governance Onu e lo scandalo corruzione a Kiev

Ma l'iniziativa diplomatica di Mosca non si è limitata alle sole invettive. In queste stesse ore, mentre si attendono i colloqui in Svizzera, il viceministro degli Esteri Mikhail Galuzin ha rilanciato un'idea già vagamente emessa in passato dallo stesso Vladimir Putin, e cioè l'istituzione di una governance esterna temporanea per l'Ucraina, un'amministrazione che dovrebbe operare sotto l'egida delle Nazioni Unite una volta che le ostilità avranno termine -3-4-7. Un'ipotesi, questa, che trasformerebbe di fatto il paese in una sorta di protettorato internazionale, una soluzione che, nelle parole di Galuzin, servirebbe a "rendere possibile lo svolgimento di elezioni democratiche" da cui far emergere un governo legittimato a firmare un trattato di pace. Una proposta che, seppur presentata come una delle possibili opzioni, suona come una chiara delegittimazione dell'attuale leadership di Kiev, e che difficilmente potrà trovare sponda nelle cancellerie occidentali, nonostante l'offerta russa di discuterne con Stati Uniti e paesi europei.

Nel frattempo, sullo sfondo di queste manovre diplomatiche ad alta quota, l'Ucraina continua a fare i conti con le sue ferite interne, non solo quelle inferte dal conflitto. La cronaca giudiziaria, in queste ore, si è intrecciata con la politica, portando alla ribalta l'arresto di una figura di primo piano del precedente esecutivo. L'ex ministro dell'Energia, Herman Galushchenko, è stato infatti bloccato mentre tentava di lasciare il paese nella notte tra il 14 e il 15 febbraio, fatto scendere da un treno dalle autorità su mandato dell'Ufficio nazionale anticorruzione -4-8. La sua posizione si inserisce nel cosiddetto scandalo "Midas", un'inchiesta che ipotizza un colossale sistema di tangenti per circa cento milioni di dollari legato agli appalti di Energoatom, la compagnia statale per l'energia nucleare, un caso che lo scorso anno aveva già portato a una profonda crisi politica e a richieste di dimissioni da parte dello stesso presidente Zelensky -8.

Le pressioni americane e l’assenza europea al tavolo

A Monaco, intanto, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha offerto una lettura a tinte fosche dello stato dell'arte dei negoziati, lasciando trasparire un certo nervosismo per le dinamiche innescate dalla mediazione a stelle e strisce. La sua critica, piuttosto esplicita, è andata dritta alla Casa Bianca: "Troppo spesso, queste concessioni vengono discusse solo nel contesto di ciò che l’Ucraina dovrebbe cedere, non la Russia", ha dichiarato, fotografando un percepito squilibrio nella pressione esercitata dall'amministrazione Trump -2-10. Zelensky ha chiesto garanzie di sicurezza vincolanti per almeno vent'anni, mentre da Washington, per ora, filtra una disponibilità ferma a quindici. E ha anche lamentato l'assenza quasi totale dell'Europa dal processo negoziale, un'assenza che ha definito "un grande errore", visto che, secondo la sua visione, qualsiasi accordo duraturo non possa prescindere dal coinvolgimento e dalla voce del Vecchio continente -2-10.

L’ombra lunga del conflitto e le accuse incrociate

Mentre i diplomatici si preparano a incontrarsi a Ginevra, la macchina bellica non si ferma. Il capo di stato maggiore russo, Valery Gerasimov, ha visitato le truppe al fronte rivendicando la liberazione di dodici località nelle prime due settimane di febbraio e annunciando un'avanzata verso Sloviansk, nel Donetsk, e un allargamento della zona di sicurezza intorno a Sumy e Kharkiv -4-7. Dall'altro lato, l'Ucraina risponde con i suoi droni, colpendo un terminal petrolifero a Krasnodar e continuando a mirare verso la regione di Mosca. In questo clima incandescente, le parole di Maria Zakharova sull'operato di Zelensky si fanno ancora più dure: "Quello che dice Zelensky non si può più nemmeno chiamare dichiarazioni: sono i deliri di un malato, un segno di squilibrio mentale", ha affermato, commentando le posizioni del leader ucraino sulla necessità di un cessate il fuoco prima di qualsiasi tornata elettorale -10.

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