La propaganda artificiale di Trump: dagli algoritmi alle immagini, il caso degli Obama nel video razzista

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Da Minneapolis a Roma, passando per ogni angolo del web globalizzato, l'intelligenza artificiale, che ormai da anni ha ricevuto il suo poco onorevole sigillo ufficiale di strumento di propaganda insidiosa, ha trovato nel presidente degli Stati Uniti Donald Trump uno dei suoi megafoni più potenti e imprevedibili. A rilanciare la sarabanda della manipolazione, infatti, ci ha pensato proprio lui, quando ha deciso di condividere sul suo social network Truth Social un video cospirazionista focalizzato sui presunti brogli elettorali del 2020 in Michigan; un montaggio che, negli ultimi, inequivocabili secondi, mostrava i volti di Barack e Michelle Obama abilmente innestati sui corpi di due scimmie, con una giungla sullo sfondo a completare il più classico e becero insulto razzista. Una scelta, questa, che ha riportato alla luce il nucleo incandescente di una certa comunicazione politica, fatta di ossessioni personali rimixate nel frullatore iconografico dei social, le quali, se da un lato appaiono come diretta emanazione delle psicopatologie del leader, dall'altro rappresentano un inquietante flusso di coscienza per una parte significativa dell'elettorato che lo sostiene.

Una reazione che parte da destra

La scia tossica di questa consuetudine all'insulto e alla provocazione, tuttavia, stavolta ha prodotto una crepa nell'usuale muro di consensi. La segnalazione pubblica della gravità del gesto, infatti, è partita proprio da un account conservatore su X, "Repubblicani contro Trump", il quale, pur contando su un seguito di circa un milione di persone, ha definito senza mezzi termini "spregevole" il contenuto diffuso dal presidente. Solo dopo che al coro di indignazione, che pure si è levato nell'abitudine generalizzata al suo linguaggio, hanno cominciato ad unirsi queste voci interne, il post è stato finalmente rimosso, lasciando però aperte numerose questioni sull'utilizzo strategico di certi materiali.

La strategia della soglia oltrepassata

Quella di alzare progressivamente il livello della provocazione, spingendo ogni volta un po' più in là il confine del tollerabile, sembra essere una tattica precisa, e neppure troppo sofisticata. Postare un fotomontaggio del genere, d'altronde, non è un semplice atto per rimarcare posizioni politiche, ma rappresenta una deliberata operazione di innalzamento della tensione sociale, un test per sondare la resilienza delle istituzioni e del dibattito pubblico di fronte a messaggi palesemente discriminatori. Il tutto mentre, non bisogna dimenticarlo, si celebrava il Black History Month, aggiungendo così al danno una beffa di una gravità inaudita.

Il peso delle immagini sintetiche

Il caso, al di là delle immediate reazioni, pone l'accento sul pericoloso potere delle immagini sintetiche, ormai alla portata di chiunque, e sulla loro capacità di diventare rapidamente veicolo di narrazioni tossiche. Quando queste tecnologie si innestano su un terreno già fertile di teorie complottiste e su una comunicazione politica che fa della rottura degli schemi la sua bandiera, i rischi per il tessuto democratico si moltiplicano. La rimozione del video, seppur necessaria, arriva sempre a danno fatto, quando cioè il messaggio ha già compiuto la sua corsa nelle pieghe più oscure della rete, sedimentandosi come un ulteriore, pericoloso tassello in quella guerra di percezione che sempre più caratterizza lo spazio pubblico.

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