Saman Abbas, la Cassazione conferma gli ergastoli per i genitori e i cugini. E 22 anni per lo zio
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Redazione Interno
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La Corte di Cassazione, con l’avvocato generale Marco Dall'Olio, ha messo la parola fine a uno dei casi di cronaca nera più seguiti degli ultimi anni, confermando in via definitiva le condanne per l'omicidio di Saman Abbas. I giudici della suprema corte hanno rigettato i ricorsi presentati dalle difese degli imputati, rendendo così irrevocabili i quattro ergastoli inflitti ai genitori della 18enne, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, e ai cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq.
Diventa definitiva anche la pena di 22 anni di reclusione per lo zio Danish Hasnain, con la Cassazione che ha accolto le richieste della Procura generale e ha chiuso definitivamente il procedimento per il femminicidio della giovane pakistana, uccisa nelle campagne di Novellara perché si era opposta a un matrimonio combinato.
Una sentenza attesa per un delitto premeditato
Per gli imputati, già condannati in secondo grado dalla Corte d'assise d'appello di Bologna nell'aprile del 2025, sono state confermate tutte le aggravanti, a partire dalla premeditazione e dai motivi abietti e futili che hanno contraddistinto l'omicidio. Secondo la ricostruzione dei fatti, supportata dalle indagini e dalle dichiarazioni rese in aula, Saman Abbas fu uccisa la notte tra il 29 e il 30 aprile 2021, in un vialetto davanti alla sua abitazione a Novellara, per poi essere sepolta in una buca a poca distanza dalla casa familiare.
La giovane, che aveva compiuto da poco 18 anni, aveva rifiutato le nozze combinate con un cugino residente in Pakistan e, per questo, era stata prima allontanata dalla famiglia e poi, dopo un breve rientro, massacrata. Il corpo venne ritrovato solo un anno e mezzo dopo, il 18 novembre 2022, dopo che lo zio Danish Hasnain, fuggito all'estero e catturato a Parigi, indicò agli inquirenti il luogo preciso della sepoltura.
Il ruolo della Cassazione e le motivazioni del rigetto
L'udienza davanti alla Corte di Cassazione, che si era tenuta lo scorso 17 giugno, aveva visto il procuratore generale Marco Dall'Olio insistere per la conferma delle pene, sottolineando come non si trattasse di un delitto d'impeto ma di "un'azione premeditata". Nel richiedere il rigetto dei ricorsi, l'accusa aveva evidenziato come la ricostruzione dei fatti fosse inequivocabile: "Saman, anche se maggiorenne, non poteva decidere da sola della sua vita, non poteva avere una vita propria. una storia agghiacciante, un atto corale e premeditato", aveva dichiarato in aula lo stesso procuratore generale. La decisione della Cassazione, che ha confermato le sentenze di primo e secondo grado, sancisce che per i giudici non vi siano stati errori nell'interpretazione e nell'applicazione della legge nei precedenti gradi di giudizio.
La parola fine a una vicenda che ha scosso il Paese
Con questa sentenza, la vicenda giudiziaria che ha visto protagonisti i familiari di Saman Abbas si conclude definitivamente. I genitori, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, erano stati arrestati in Pakistan ed estradati in Italia rispettivamente nel settembre 2023 e nell'agosto 2024, mentre i cugini, fuggiti in Francia e Spagna nei giorni successivi all'omicidio, erano stati riportati in Italia per essere processati.
La difesa, in particolare quella dei cugini, aveva più volte insistito sulla mancanza del pericolo di fuga, sottolineando che i due si erano allontanati dall'Italia per timore di non essere compresi a causa della scarsa conoscenza dell'italiano, ma la Cassazione ha ritenuto fondati i rischi legati alla fuga e alla reiterazione del reato. La decisione della Corte, che arriva a cinque anni dai fatti, rappresenta il capitolo finale di una storia di cronaca che ha riacceso i riflettori sui drammi legati ai matrimoni forzati e alla mancata integrazione culturale.
La reazione della politica e dei difensori
Il verdetto della Cassazione ha suscitato immediatamente reazioni da parte delle istituzioni e degli avvocati di parte civile. L'avvocata Valeria Miari, legale del fratello di Saman Abbas, ha commentato la decisione definendola "la parola fine ad una vicenda molto complessa e molto dolorosa sotto tutti i punti di vista", aggiungendo che per il fratello della vittima "giustizia è fatta, lui ha perso tutto".
Anche la premier Giorgia Meloni, in un post sui social, ha espresso il suo pensiero, sottolineando come in Italia non ci sia spazio per chi, in nome di presunte giustificazioni culturali o religiose, presume di negare a una donna la libertà, la dignità e la vita, dichiarando che si tratta di principi non negoziabili dai quali non ci si ritrarrà.




