Lione, la caccia alle ragazze del collettivo Nemesis e il giovane ridotto in fin di vita: chi sono le femministe identitarie nel mirino degli antifascisti
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Redazione Esteri
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Non era Quentin il bersaglio dell’aggressione, e questo dettaglio, emerso dalle ricostruzioni che iniziano a comporre il mosaico di quanto accaduto giovedì sera a Lione, sposta la luce su un altro fronte della vicenda. Il giovane di 23 anni, che ora lotta tra la vita e la morte in un letto d’ospedale dopo aver ricevuto l’estrema unzione e per il quale i medici hanno dichiarato lo stato di morte cerebrale a seguito di una emorragia provocata dai calci ricevuti alla testa, si trovava lì per proteggere loro: le ragazze del Collettivo Nemesis. L’obiettivo del commando, che secondo le testimonianze e i primi elementi raccolti dagli investigatori sarebbe composto da una trentina di individui legati alla galera antagonista e inquadrati in formazioni come la Jeune Garde Antifasciste, erano cinque giovani donne del collettivo. Donne che, poche ore prima, avevano dispiegato uno striscione davanti all’ingresso di Sciences Po Lione, dove si teneva una conferenza della eurodeputata de La France Insoumise, Rima Hassan. Uno striscione dal contenuto esplicitamente provocatorio – “Fuori gli islamo-sinistrorsi dalle nostre università” – che ha innescato la reazione violenta di una parte della controparte.
Per comprendere la dinamica di quanto avvenuto è necessario inquadrare chi siano queste ragazze e perché rappresentino un bersaglio così odiato per i collettivi antifascisti francesi. Nato nel 2019 e coordinato da Alice Cordier, Nemesis si definisce un “collettivo femminista identitario” e ha costruito la sua popolarità, e la sua capacità di mobilitazione, su una narrazione che unisce la lotta per i diritti delle donne a una ferrea opposizione all’immigrazione e all’islamismo. Una posizione, questa, che le ha valso l’etichetta di “femonazionalismo” da parte di osservatori e media indipendenti, i quali sottolineano come il gruppo tenda a instrumentalizzare la causa femminista per fini xenofobi, puntando il dito contro gli uomini stranieri, e in particolare di origine africana, dipingendoli come i principali responsabili dell’insicurezza e delle violenze sessuali nelle strade francesi -2. Non è un caso che le loro azioni, sempre ad alto impatto mediatico, consistano nell’esporre banner con scritte provocatorie come quelle viste a Lione o, in passato, a Bordeaux e Strasburgo, dove hanno denunciato il numero di violenze sessuali attribuite a stranieri, scatenando puntualmente polemiche e contro-manifestazioni -6.
Queste giovani donne, che rivendicano un femminismo “tradizionale” in contrapposizione a quello “intersezionale” dei movimenti come Nous Toutes, hanno rotto un tabù, occupando uno spazio – quello della piazza e della protesta di genere – storicamente egemonizzato dalla sinistra. E lo hanno fatto portando avanti tesi che sposano pienamente l’agenda del Rassemblement National e di altre formazioni di destra, con le quali molte di loro hanno avuto trascorsi politici -9. Il loro attivismo, che mescola la difesa della cultura europea con la denuncia della “deriva islamista”, le ha trasformate in un simbolo, in un bersaglio vivente per chi vede in loro nient’altro che la longa manus di un pensiero reazionario e razzista. Una inimicizia, quella nei loro confronti, che non si limita allo scontro dialettico o alla controinformazione, ma che giovedì sera è degenerata in una caccia all’uomo.
Il gruppo, composto da una quindicina di giovani volontari tra cui Quentin, stava scortando le cinque attiviste per allontanarle dalla zona quando sono stati accerchiati. Le ragazze, in un primo momento, sono state raggiunte e aggredite fisicamente, con alcuni video che circolano in rete e mostrano un uomo con le mani al collo di una di loro. Poi, l’assalto si è concentrato sui difensori. Quentin è stato fatto cadere a terra e, una volta a terra, è stato bersagliato da una serie di calci alla testa. Un linciaggio, come lo hanno definito il suo avvocato e i leader del Collettivo Nemesis, che non lascia spazio a interpretazioni sulla volontà omicida del gruppo. La violenza, infatti, è proseguita anche a inerte, con l’intenzione chiara di annientare fisicamente chi si era frapposto tra gli aggressori e le loro prede.
L’ombra della France Insoumise e le connivenze politiche dietro l’aggressione
La magistratura di Lione ha aperto un’inchiesta per “violenze aggravate” e la procura ha affidato le indagini alla polizia giudiziaria per fare piena luce sui fatti e identificare i responsabili del pestaggio. Quel che è certo, al momento, è che tra gli aggressori sarebbe stato riconosciuto Jacques-Elie Favrot, una figura nota negli ambienti dell’ultrasinistra lionese in quanto collaboratore parlamentare del deputato di La France Insoumise Raphaël Arnault e membro attivo della Jeune Garde Antifasciste, un collettivo che non ha mai nascosto la sua vocazione allo scontro fisico con i gruppi identitari -3. Un dettaglio, questo, che ha immediatamente innescato una bufera politica, con esponenti della destra e del Rassemblement National che hanno puntato il dito direttamente contro il partito di Jean-Luc Mélenchon, accusato di alimentare un clima di odio e di tollerare, se non di proteggere, al suo interno elementi violenti e militarizzati. Marine Le Pen, in particolare, ha chiesto che le “milizie di estrema sinistra” vengano considerate alla stregua di gruppi terroristici, mentre Sarah Knafo, eurodeputata di Reconquête, ha sintetizzato il sentimento di una parte del paese con uno slogan secco e terribile: “L’estrema sinistra uccide” -8.
La dinamica dei fatti, con l’agguato consumato a distanza di tempo e di luogo dalla manifestazione iniziale, lascia intendere una precisa volontà di punizione, una spedizione organizzata contro un gruppo ritenuto nemico. Un modus operandi che riecheggia pagine buie della storia politica francese, dai tempi delle violenze dell’Action Française fino agli scontri più recenti, ma che oggi assume i contorni di una spirale di odio che non conosce più argini. La vittima designata, in questo contesto, non era il singolo individuo, ma l’emblema di un pensiero che si vuole cancellare con la forza. E in questa deriva, il silenzio o le reazioni attenuate di una parte della sinistra istituzionale, più preoccupata di prendere le distanze dalle “idee fasciste” della vittima che di condannare senza ambiguità la violenza omicida, rischiano di diventare complici. Il ministro dell’Istruzione Superiore, Philippe Baptiste, ha parlato di “violenza insopportabile” e il sindaco ecologista di Lione, Grégory Doucet, ha condannato la “rissa di estrema violenza” -1. Ma al di là delle dichiarazioni di rito, resta il fatto che un ragazzo di 23 anni, un matematico che aveva scelto di fare da scudo ad alcune ragazze, giace in condizioni irreversibili, lasciando aperta una ferita profonda nel sociale del paese.




