Vittorio Sgarbi e i graffiti del Leoncavallo, tra memoria e oblio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Vittorio Sgarbi, in una delle sue vite passate da assessore alla Cultura del Comune di Milano, definì senza esitazioni i graffiti che ricoprivano i seminterrati del centro sociale Leoncavallo «la Cappella Sistina della contemporaneità». Un’affermazione che, all’epoca, suscitò non poco scalpore ma che si tradusse in un atto concreto: il vincolo di protezione su quelle opere effimere e potenti, nate dall’ingegno collettivo di un’interra generazione. Oggi, a distanza di anni, quel luogo simbolo è stato sgomberato e il critico d’arte, reduce da un lungo periodo di convalescenza al Policlinico Gemelli di Roma per una profonda depressione, osserva la fine di un’epoca con un realismo velato di malinconia. «Erano come la Cappella Sistina: oggi quel posto non ha più senso», ha commentato, sottolineando come lo sgombero, sebbene non gli sia parso giusto venga eseguito con la forza, rappresentasse un destino ormai inevitabile.

La questione del Leoncavallo, però, travalica ampiamente la sola disputa sulla conservazione dei suoi murales, investendo piuttosto il tema, sempre attuale, del rapporto tra spazi sociali e legalità. Sono passati tre decenni da quando un magistrato della Procura di Milano, Marcello Musso, provò per la prima e ultima volta ad applicare la legge all’interno del centro sociale. Agì sulla scorta di rapporti delle forze dell’ordine che documentavano, con filmati dall’alto, come una banda di spacciatori operasse alla luce del sole in via Watteau; la sua reazione fu lineare: fece irruzione e arrestò i pusher. Un episodio che torna oggi alla memoria, a dimostrazione di come certi nodi siano rimasti irrisolti per anni.

Sulle medesime questioni è intervenuto anche il procuratore generale Francesco Greco, il quale ha tenuto a precisare che «la magistratura non lancia ultimatum o gridi di guerra, ma lavora per ristabilire la legalità e non fa politica». Aggiungendo, con un distacco che è cifra dello stile giudiziario, di aver appena allora appreso che il Leoncavallo fosse un centro dell’ultrasinistra e che la cosa non lo interessasse affatto. Un approccio che sembra trovare un eco, seppur per motivi diversi, nelle parole di Sgarbi, il quale pur riconoscendo il valore artistico di quel luogo, ne accetta la fine storica.

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