Vittorio Sgarbi, i graffiti del Leoncavallo e la fine di un'era
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
In una delle sue vite passate, quando nel 2006 ricopriva il ruolo di assessore alla Cultura del Comune di Milano, Vittorio Sgarbi definì i graffiti che tappezzavano i seminterrati del centro sociale Leoncavallo «la Cappella Sistina della contemporaneità». Una dichiarazione, la sua, che si tradusse in un impegno concreto per vincolare quelle opere, considerate dal critico d’arte di rilevante valore storico e artistico. Oggi, a distanza di anni e dopo il recente sfratto che ha portato allo sgombero dello storico spazio di via Watteau, Sgarbi – reduce da un lungo periodo di ricovero per una profonda depressione – torna a parlare di quel luogo, sostenendo che con la chiusura si è conclusa un’intera stagione. «Erano come la Cappella Sistina: oggi quel posto non ha più senso», ha affermato, suggellando simbolicamente la fine di un’epoca.
La questione del Leoncavallo, del resto, si intreccia da sempre con il tema del rispetto della legalità, un principio che trascende le appartenenze politiche. Sono passati tre decenni da quando, per la prima e ultima volta, un magistrato della Procura di Milano, Marcello Musso, provò ad applicare la legge all’interno del centro sociale. Su suo mandato, dopo che i rapporti delle forze dell’ordine – corredati persino da filmati dall’alto – avevano documentato lo spaccio di droga alla luce del sole, furono eseguiti degli arresti. Un’azione che dimostrava come, già allora, la magistratura operasse per ristabilire la legalità, senza lanciare ultimatum o gridi di guerra, ma semplicemente svolgendo il proprio dovere.
Proprio in questi giorni, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi, in occasione del meeting di Rimini, ha ribadito la linea del governo sull’ordine pubblico, sottolineando come non vi debbano essere distinguo di natura politica quando si affrontano le illegalità. Una posizione che trova un eco preciso nelle parole del procuratore aggiunto di Milano, Marcello Papetti, il quale, in una lettera al direttore di un quotidiano, ha precisato: «Sull'illegalità niente distinguo politici, Leoncavallo e CasaPound vanno trattati allo stesso modo». Un monito che sembra voler chiudere qualsiasi deriva polemica, concentrandosi esclusivamente sul merito delle questioni giudiziarie.




