Bove segna e il Watford vince, la sua notte speciale contro il Wrexham: "È come chiudere un cerchio"

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Ci sono notti in cui il pallone pesa come un macigno e notti in cui, invece, quel peso si trasforma in leggerezza. Per Edoardo Bove, la serata di martedì al Vicarage Road è stata esattamente questo: la trasformazione di un incubo in un sogno a occhi aperti, quel genere di sogno che per mesi aveva solo potuto immaginare, magari mentre era sveglio nel letto di un ospedale o, successivamente, mentre guardava i compagni giocare da lontano. Il centrocampista romano, entrato all’83’ al posto di un compagno, ha avuto il tempo di toccare pochi palloni, quelli giusti però, quelli che contano. Al novantaquattresimo minuto, sulla respinta del portiere dopo un tiro di Marc Bola che aveva sbattuto contro la traversa, Bove c’era: l’uomo giusto al posto giusto, un puro opportunismo, quello che in gergo tecnico chiamano “sporco” ma che per lui è stato più pulito di qualsiasi altro gesto della sua carriera. Un tuffo in scivolata, la palla che supera la linea, e poi l’esplosione di qualcosa che assomiglia tanto alla liberazione.

Dalla paura di Firenze all'abbraccio di Watford

Per comprendere la portata di quel 3-1 che ha chiuso la partita contro il Wrexham, bisogna tornare al 1° dicembre 2024, quando l’Italia del calcio si fermò per lui. In quel pomeriggio allo stadio Franchi di Firenze, Bove, in prestito alla Fiorentina dalla Roma, si accasciò al suolo durante Fiorentina-Inter: un arresto cardiaco che gelò il sangue a tutti, compagni e avversari, e che portò alla sospensione della gara. Da lì in poi fu un’altra partita, quella più difficile, fatta di terapia intensiva, esami e, infine, la scoperta di una verità burocratica crudele: in Italia, chi ha un defibrillatore sottocutaneo impiantato non può giocare a livello agonistico. Una sentenza che per molti avrebbe significato la fine, ma per lui è stato solo l’inizio di un percorso a ostacoli verso l’Inghilterra, verso il Watford dei Pozzo, dove le regole sono diverse e dove il cuore, se monitorato, può continuare a battere forte anche in area di rigore.

Le parole di un ragazzo che ha rivisto la luce

La rete, la prima dopo il 27 ottobre 2024 quando segnò con la Fiorentina alla Roma, ha un sapore speciale che Bove ha raccontato con una sincerità spiazzante. "Sto iniziando a rendermi conto di cosa è successo", ha dichiarato al sito ufficiale del club inglese, con quella voce ancora rotta dall’emozione che però non nasconde un velo di ironia: "A dire il vero, non era esattamente come lo immaginavo: nei miei sogni lo avrei messo all’incrocio". E invece ha segnato con lo stomaco, con la gamba, con tutto quello che aveva. Un gol che ha dedicato subito alla sua ragazza, come a voler ringraziare chi gli è stato accanto nei momenti più bui, ma anche ai fisioterapisti, ai medici, a tutto lo staff che lo ha rimesso in piedi. La definizione migliore, però, la dà lui stesso in un passaggio: "È come chiudere un cerchio". Una frase fatta, si dirà, ma che in questo caso specifico non potrebbe essere più letterale: quel cerchio si era aperto con la paura a Firenze e si è chiuso con un abbraccio a Watford.

Uno striscione che vale più di un abbraccio

Perché non è stato solo il gol a rendere la serata memorabile. Se i compagni lo hanno travolto in un abbraccio collettivo, quasi a volersi assicurare che fosse tutto vero, sugli spalti qualcuno aveva preparato un messaggio che arriva dritto al cuore di chiunque capisca cosa significhi lasciare la propria casa. "Anche se lasci Roma, non sarai mai solo". Uno striscione esposto da un gruppo di tifosi giallorossi, quelli del Roma London, che hanno voluto essere presenti a questa tappa fondamentale della sua nuova vita. Perché Bove, romano di nascita e cresciuto nel vivaio della Roma, quella città l’ha dovuta abbandonare per poter continuare a fare ciò che ama, e ritrovare un pezzo di quel calore sugli spalti inglesi, in una fredda notte di campionato, deve avergli fatto capire che alcune cose non si lasciano davvero mai. E così, mentre il Watford scala posizioni in Championship, lui può finalmente godersi il rumore più bello: quello di un pallone che gonfia la rete e di ventimila persone che urlano il suo nome, senza alcuna paura.

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