Edoardo Bove torna a segnare col Watford: primo gol dopo il malore di Firenze

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Quattrocentosettantadue giorni dopo quel pomeriggio di dicembre in cui il suo cuore, semplicemente, si era fermato sul prato del Franchi, Edoardo Bove è tornato a provare l’ebbrezza di una rete. È successo ieri sera a Vicarage Road, nel recupero della partita di Championship contro il Wrexham, quando il centrocampista romano, subentrato da appena sette minuti, ha spinto in porta la respinta del compagno Marc Bola, il cui tiro si era infranto sulla traversa. Un gesto tecnico banale, quasi scontato per chi calcia un pallone per mestiere, eppure carico di un significato che travalica la semplice statistica: quel 3-1, che ha chiuso l’incontro e blindato i tre punti per il Watford, rappresenta la prima esultanza in una partita ufficiale dallo shock del 1° dicembre 2024, quando indossava ancora la maglia della Fiorentina e l’Italia intera trattenne il fiato davanti allo schermo.

Il numero 42 dei Hornets, che ha scelto di ripartire dall’Inghilterra a febbraio dopo che le normative italiane – le quali non consentono l’attività agonistica a chi porta un defibrillatore sottocutaneo – gli avevano precluso la possibilità di continuare a giocare in Serie A, ha così interrotto un digiuno che durava da 506 giorni. L’ultima volta che aveva gonfiato la rete, infatti, risaliva alla sua precedente esperienza italiana, e da allora ne è passata di acqua sotto i ponti: l’arresto cardiaco, il ricovero in terapia intensiva, la riabilitazione, e infine la coraggiosa decisione di varcare la Manica per rincorrere ancora quel sogno che sembrava perduto. Il tecnico Edward Still, che gli sta concedendo minuti preziosi con il contagocce per reinserirlo gradualmente nei meccanismi della squadra, lo ha gettato nella mischia all’84’ al posto di Pierre Ekwah, e Bove non ha deluso le attese, dimostrando che l’istinto del goleador è l’ultima cosa a spegnersi.

Un urlo liberatorio dopo mesi di silenzio e di dubbi

Quando il pallone gli è capitato tra i piedi a pochi passi dalla linea di porta, spianato dalla corta respinta del legno, per Edoardo Bove è stato naturale appoggiarlo in rete, quasi un automatismo, ma la reazione immediata ha raccontato molto più di qualsiasi parola. Invece di correre verso la panchina o di lasciarsi andare a un’esultanza coreografata con i compagni, il ragazzo classe 2002 si è diretto a tutta velocità verso il cartellone pubblicitario, scavalcandolo per andare a cercare l’abbraccio dei tifosi del Watford, quelli che da poche settimane lo hanno adottato e che ieri sera gli hanno tributato una standing ovation commossa. Sugli spalti, a rendere l’atmosfera ancora più magica, c’era anche un gruppo di sostenitori della Roma – la squadra in cui è cresciuto e con cui ha debuttato – che aveva esposto uno striscione eloquente: “Anche se lasci Roma non sarai mai solo”, a testimoniare un affetto che travalica i colori sociali e si concentra sulla persona e sulla sua straordinaria vicenda umana.

La partita, in sé, aveva messo in mostra un Watford solido e cinico, capace di passare in vantaggio con Marc Bola e di raddoppiare con Edo Kayembe prima che Max Cleworth accorciasse le distanze per il Wrexham, riaprendo un confronto che sembrava chiuso. Ma la cronaca del match, per una volta, passa in secondo piano rispetto alla narrazione di una rinascita personale che ha del miracoloso: Bove, che ha ricevuto il permesso di giocare in Inghilterra grazie a regole diverse e più flessibili in materia di protocolli sanitari, sta dimostrando a sé stesso e al mondo che si può convivere con un defibrillatore e continuare a fare calcio ad alti livelli, senza paura.

Il peso di 440 giorni di attesa e la nuova vita a Watford

Per comprendere appieno la portata di questa rete, occorre tornare con la memoria a quel pomeriggio maledetto di Firenze, quando Bove crollò in campo durante il match contro l’Inter e i compagni gli fecero scudo intorno, mentre la paura gelava il sangue di milioni di telespettatori. L’intervento tempestivo dei soccorsi e il ricovero in ospedale gli salvarono la vita, ma gli costarono la possibilità di scendere in campo in Italia, dove la normativa impedisce di praticare sport agonistico a chi porta un dispositivo cardiaco impiantabile. Dopo mesi di riabilitazione e di contatti con diverse società, a febbraio è arrivata la fumata bianca con il Watford, club della seconda divisione inglese che lo ha tesserato fino al 2031, restituendogli non solo un contratto, ma la dignità di atleta. L’esordio era avvenuto il 14 febbraio contro il Preston North End, a distanza di 440 giorni esatti dal malore, e ieri è arrivato il primo sigillo, quello che suggella definitivamente il suo ritorno alla normalità.

La scelta di proseguire la carriera lontano dall’Italia, in un campionato fisico e competitivo come la Championship, non è stata semplice, ma Bove l’ha affrontata con la determinazione di chi non vuole arrendersi al destino. Ieri, al triplice fischio, il suo volto era quello di un ragazzo che si è riappropriato della propria vita, e i compagni che lo hanno sommerso in una mischia gioiosa ne erano la prova più evidente. Il gol, per quanto utile ai fini del risultato, resterà negli annali come la fotografia di una rivincita, un’istantanea che vale più di mille parole e che racconta come lo sport, a volte, sappia regalare capitoli di una bellezza sconvolgente.

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