Il primo gol di Edoardo Bove con il Watford dopo l’arresto cardiaco
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
Ci sono ritorni che il calcio, nella sua grammatica essenziale fatta di sudore e risultati, fatica persino a raccontare. Quello di Edoardo Bove, ieri sera, ha avuto la potenza di un paradosso: un gol facile, quasi banale, quello del 3-1 al Wrexham infilato al novantaquattresimo su un pallone rimbalzato dalla traversa, eppure capace di condensare una storia ben più complessa di qualsiasi prodezza balistica. Perché quel sinistro a porta vuota, sotto gli occhi dei genitori in tribuna e di una ventina di tifosi della Roma venuti apposta da Londra, non era solo la prima marcatura in Inghilterra, non era solo il modo per suggellare una vittoria pesante in chiave playoff per il Watford. Era il sigillo su una vita che poteva finire il primo dicembre del 2024, quando il terreno del Franchi divenne improvvisamente il luogo di un incubo collettivo e il Corpo del ragazzo, in diretta televisiva, smise di rispondere ai comandi. Da allora ne sono passati di giorni, 506 per la precisione, e di emozioni, e di paure, e di silenzi.
Bove, dopo essere stato letteralmente strappato alla morte dai soccorsi immediati in quella Fiorentina-Inter che aveva fatto trattenere il fiato all’Italia intera, ha dovuto fare i conti con un defibrillatore sottocutaneo impiantato sotto la pelle, un oggetto salvavita che però, in Italia, rappresenta una preclusione assoluta al calcio professionistico. Così, mentre il cuore tornava a battere regolare, la carriera sembrava destinata a una brusca frenata. Poi la scelta, controcorrente, di ripartire dall’Inghilterra, dalla Championship, da un Watford che gli ha aperto le porte a gennaio e che gli ha concesso ciò che in patria gli era negato: la possibilità di rincorrere ancora un pallone senza che nessuno gli dicesse che era troppo pericoloso. Ieri, subentrato a sette minuti dalla fine, quel ragazzo che aveva militato nella Roma e che alla Fiorentina era solo in prestito ha trovato il modo di riscrivere la propria narrazione.
La dedica alla fidanzata e l’abbracio dei tifosi
Quando la palla è finita in rete, l’esplosione del Vicarage Road non è stata soltanto quella di uno stadio che esulta per tre punti pesanti in ottica promozione. È stata la liberazione di un gruppo che lo ha protetto, di uno staff medico che ha monitorato ogni suo singolo minuto in campo, e di un ragazzo che per mesi ha sognato questo momento, immaginandolo chissà come, magari con un tiro a giro sotto l’incrocio. «Nei miei sogni era diverso, molto più bello – ha ammesso con una sincerità spiazzante nel dopopartita – ma la realtà è stata incredibile lo stesso». Bove, scavalcando i cartelloni pubblicitari, è corso sotto il settore dei tifosi di casa per farsi travolgere da un entusiasmo che sapeva di rivalsa, mentre i compagni lo inseguivano per stringerlo in un abbraccio corale che aveva il sapore di una promessa mantenuta.
Poco dopo, a telefono ormai spento, la dedica è volata dritta alla fidanzata, che in tribuna non c’era ma che quei mesi bui li ha vissuti accanto a lui, giorno dopo giorno, tra riabilitazione e incertezze. «Questo gol è per lei – ha spiegato – perché solo noi due sappiamo cosa abbiamo passato, e senza di lei non ce l’avrei fatta». Uno striscione comparso sugli spalti, firmato dai tifosi giallorossi, recitava “Anche se lasci Roma non sarai solo”, a testimoniare che certi legami, quando sono veri, sfidano le distanze e le maglie. Bove, dal canto suo, ha parlato di un cerchio che si chiude, di una consapevolezza nuova che sta lentamente prendendo il posto dei dubbi e delle notti insonni. «Sto cominciando solo ora a rendermi conto di cosa è successo – ha confessato – e avere la possibilità di vivere ancora queste emozioni è la ragione per cui amo questo sport».
Sei presenze e un futuro da scrivere
Da quando ha debuttato con la maglia del Watford, a metà febbraio, il centrocampista romano ha collezionato sei presenze, sempre subentrando nella ripresa, senza mai giocare un match intero. L’allenatore Tom Cleverley lo gestisce con cautela, consapevole di avere in rosa un giocatore dal talento cristallino ma anche una persona che ha sfidato qualcosa di più grande di un semplice infortunio muscolare. La rete contro il Wrexham, arrivata dopo appena sette minuti dal suo ingresso in campo, è il segnale che la condizione fisica sta tornando a livelli competitivi e che la fame di calcio, in lui, non si è mai affievolita. La paura di un tempo, quella sì, sembra ormai un capitolo archiviato, anche se i monitoraggi e le attenzioni restano costanti.
Il campionato di Championship, si sa, è un torneo che non concede tregua, fisico e dispendioso, lontano anni luce dagli equilibri tattici della Serie A. Eppure Bove sembra aver trovato in questo contesto la dimensione ideale per riscoprirsi, per imparare di nuovo a cadere e rialzarsi senza la pressione di dover dimostrare per forza qualcosa a qualcuno. La sua avventura in giallorosso, con la maglia del Watford s’intende, è solo all’inizio, ma i presupposti per trasformare questa parentesi inglese in qualcosa di duraturo ci sono tutti. Lui, dal canto suo, non fa programmi a lunga scadenza, si limita a dire che vuole aiutare la squadra a raggiungere i playoff e che ogni minuto in campo è un regalo che non dà più per scontato.




