Edoardo Bove torna in campo 440 giorni dopo il malore: l'esordio con il Watford

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Quattordici mesi e quattro giorni, per la precisione 440 giorni da quel pomeriggio maledetto del primo dicembre 2024, quando il calcio italiano trattenne il fiato davanti allo schermo. E alla fine, Edoardo Bove quel campo lo ha ripreso, correndo, anche solo per una manciata di minuti, all'86' di Preston North End-Watford, partita del campionato di Championship terminata sul due a due -1-8. Il ragazzo, quello che il primo dicembre a Firenze si era accasciato sull'erba del Franchi durante Fiorentina-Inter, vittima di un arresto cardiaco che ne aveva messo in dubbio l'esistenza stessa prima ancora della carriera, è tornato a fare ciò che sa, ciò che è. Con la maglia giallonera del Watford indosso, Bove è subentrato a Louza, e quei pochi minuti, più il recupero, hanno rappresentato una linea di confine netta tra la paura e la vita che riprende, tra un passato di apprensione e un futuro di nuove certezze -2-6.

La strada che lo ha riportato a calpestare un prato verde è stata lunga e costellata di ostacoli normativi, prima ancora che fisici. L'intervento subito all'ospedale Careggi di Firenze, con l'impianto di un defibrillatore cardiaco sottocutaneo (ICD), gli ha salvato la vita, ma gli ha precluso la possibilità di giocare in Italia -7. Le rigide normative della medicina sportiva italiana, infatti, non consentono a un atleta professionista di scendere in campo con un dispositivo del genere, una barriera che ha costretto il centrocampista romano a guardarsi attorno, a cercare altrove quella possibilità di riscatto che in patria gli veniva negata -2-8. Un paradosso amaro, se si pensa che proprio quel congegno gli ha permesso di continuare a sognare. Da qui la scelta, meditata e sofferta, di lasciare l'Italia e accettare la proposta del Watford, club che milita nella serie B inglese, dopo aver rescisso consensualmente il contratto che lo legava alla Roma, la squadra che lo aveva cresciuto e lanciato -5.

Non è stata solo una questione burocratica o medica, però, la sua. Bove ha dovuto fare i conti con la testa, con la paura atavica di un altro malore, con l'ansia di ritrovarsi in mezzo a contrasti e ritmi forsennati. Il sostegno dello staff e dei nuovi compagni di squadra, come lui stesso ha tenuto a sottolineare a caldo, è stato fondamentale per gestire l'adattamento a un calcio diverso, più fisico e verticale, quale è quello inglese -1. E se la delusione per il risultato, un due due che sapeva di occasione mancata, gli ha fatto storcere la bocca, l'emozione pura, quella di sentirsi di nuovo calciatore, ha avuto il sopravvento su ogni altra cosa, restituendo agli occhi di chi lo guarda l'immagine di un ragazzo che ce l'ha fatta -1-2.

Un debutto amaro ma denso di significato per il classe 2002

Poco importa, in fondo, se l'esordio si è consumato nei minuti conclusivi di una partita combattuta e nervosa, finita in parità. Quella manciata di secondi corsi sul terreno del Deepdale, l'impatto con il pallone, il rumore del pubblico, sono valsi più di qualsiasi intera partita giocata in precedenza -9. Per Bove, classe 2002, il rientro in campo ha rappresentato la chiusura di un cerchio, la dimostrazione pratica che la sua seconda vita, quella che lui stesso aveva tanto sognato e invocato nei mesi di riabilitazione, era finalmente cominciata per davvero -8. L'Inghilterra, del resto, si è dimostrata terra accogliente per chi, come Christian Eriksen prima di lui, ha dovuto reinventarsi lontano dai riflettori della propria nazione a causa di queste stesse, identiche, ragioni mediche.

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