Edoardo Bove torna in campo quattordici mesi dopo il malore di Fiorentina-Inter: esordio con il Watford in Championship

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Quattordici mesi esatti sono trascorsi da quel pomeriggio al Franchi in cui il mondo del calcio italiano trattenne il fiato, e alla fine Edoardo Bove è tornato a calcare un terreno di gioco. È successo in Inghilterra, lontano dai riflettori della serie A, sul prato del Deepdale Stadium di Preston, dove il centrocampista romano, classe 2002, ha indossato la maglia numero 15 del Watford subentrando a quattro minuti dal novantesimo al posto di Imran Louza. Una manciata di minuti, quelli concessigli dal tecnico nella trentaduesima giornata di Championship, sufficienti però a riscrivere una pagina che sembrava destinata a chiudersi per sempre il 1° dicembre del 2024, quando Bove, allora in prestito alla Fiorentina dalla Roma, si accasciò al suolo durante il match contro l'Inter per un arresto cardiaco che interruppe la partita e spaventò un'intera nazione -2-7. L'operazione subita nelle ore successive all'ospedale Careggi di Firenze, con l'impianto di un defibrillatore sottocutaneo, gli ha salvato la vita, ma gli ha precluso la possibilità di giocare in Italia a causa delle restrizioni della normativa sportiva italiana che non consente, a differenza di quella inglese, l'attività agonistica con dispositivi di questo tipo -1-3.

La risoluzione del contratto con la Roma, avvenuta a gennaio, è stata il preludio necessario per questo nuovo inizio oltremanica, dove Bove ha firmato un accordo che lo lega al Watford fino al 2031 -1. L'esordio, seppur breve, ha un significato che va al di là della semplice prestazione atletica. Nel pareggio per due a due contro il Preston, l'ingresso in campo del ragazzo è stato l'epilogo di un percorso di riabilitazione durato oltre un anno, un periodo nel quale, come lui stesso ha raccontato, non riusciva nemmeno a guardare i bambini giocare con un pallone senza provare un senso di rabbia -4. È una sensazione molto bella, sentire di nuovo il campo, ha dichiarato a caldo, visibilmente emozionato, ammettendo comunque un pizzico di delusione per il risultato finale, perché, a suo dire, la squadra avrebbe meritato la vittoria -4.

Dietro a questo ritorno in campo, però, si cela una vicenda normativa che costringe i calciatori italiani con determinate patologie a emigrare per continuare la loro carriera. Il nodo è tutto nella differenza tra i due sistemi: in Italia la concessione dell'idoneità agonistica pone una responsabilità diretta in capo al medico sportivo, mentre in Inghilterra, superati determinati test, è l'atleta stesso a firmare una liberatoria assumendosi i rischi -3-8. Una discrepanza che aveva già portato via dall'Italia un caso simile, quello di Christian Eriksen, e che ora ha costretto Bove a trasferirsi in una squadra di seconda divisione inglese, spinto anche da un curioso segno del destino. L'incontro in aeroporto a Trieste con Gianluca Nani, direttore sportivo del Watford, avvenuto quando ancora Bove era in attesa di capire se e come avrebbe potuto riprendere a giocare, è stato interpretato dal ragazzo come un segnale da non ignorare -3. Non volevo stare con le braccia conserte ad aspettare un cambio di regolamento, ha spiegato in passato, sottolineando come la sua scelta non fosse un ripiego, bensì una destinazione desiderata -3-10.

L'emozione del ritorno e l'adattamento a una nuova vita

Per il giovane centrocampista, riabbracciare i propri familiari in tribuna al termine della partita è stato un momento carico di pathos, immortalato dalle televisioni locali -8. Un'immagine che racconta quanto sia stato complesso il cammino di riavvicinamento al calcio giocato, un percorso fatto di tappe obbligate e di un lungo lavoro psicologico per accettare un diverso, segnato dalla presenza del defibrillatore. "Sto imparando a conoscere il mio nuovo corpo", aveva confidato in un'intervista, "all'inizio quando ho cominciato a correre, sei o sette mesi fa, quando mi sentivo il cuore che batteva veloce me ne rendevo conto, ci pensavo. È l'aspetto psicologico" -5. Una consapevolezza che lo ha portato a dialogare con altri calciatori che hanno vissuto esperienze analoghe, come Eriksen, e a normalizzare la convivenza con quel dispositivo che definisce "come un telefono, un po' più piccolo, tra le costole e la pelle" -5-10.

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