Trump: «Assolutamente fuori dalla Nato». Ma il Congresso frena e Mosca parla di «messa in scena»
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Redazione Esteri
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L’ombra di un divorzio, minacciato e poi rientrato, torna a incombere sul patto atlantico, e questa volta – a differenza di quanto accaduto durante la prima amministrazione – il presidente Donald Trump, tornato alla Casa Bianca e ora alle prese con l’escalation contro l’Iran, sceglie parole che non ammettono mezze misure. In un’intervista rilasciata al quotidiano britannico The Telegraph, il capo della Casa Bianca ha dichiarato di stare «assolutamente» valutando il ritiro degli Stati Uniti dall’Alleanza, bollata come una «tigre di carta»; un’accusa che non è più soltanto retorica da comizio, ma che si inserisce nel pieno di una crisi internazionale dove gli alleati europei, a suo dire, non avrebbero fornito il sostegno militare richiesto.
Una «tigre di carta» e l’accusa agli europei
La replica a chi gli chiedeva se l’appoggio insufficiente ricevuto dai partner Nato potesse giustificare un passo indietro di Washington è stata secca: «Oh sì, direi che è fuori discussione». Trump, che non ha mai nascosto il suo disprezzo per i meccanismi di difesa collettiva giudicati squilibrati a sfavore degli Stati Uniti, ha colto l’occasione per rinfacciare a Parigi e Londra – con stoccate dirette a Emmanuel Macron e a Keir Starmer – la loro riluttanza a seguirlo nella linea dura contro Teheran. Nel discorso alla nazione della vigilia, gli osservatori si aspettavano invettive ancora più aspre; invece, il presidente è apparso meno abrasivo del solito, pur senza rinunciare a bersagliare i due leader europei. La sostanza, però, rimane inequivocabile: la minaccia di abbandonare la Nato non è più un’ipotesi da campagna elettorale, ma una concreta opzione sul tavolo.
L’ostacolo del Congresso e la lettura di Medvedev
Tuttavia, un veto istituzionale si frappone a un simile scossone unilaterale. Qualsiasi tentativo di uscita dall’Alleanza dovrebbe fare i conti con il Congresso, che storicamente ha sempre difeso il ruolo centrale della Nato nell’architettura di sicurezza occidentale. Ed è proprio su questo punto che arriva, a sorpresa, l’analisi di Dmitry Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo. In una nota diffusa venerdì 3 aprile, l’ex presidente russo ha liquidato le dichiarazioni di Trump come una «mera messinscena», sostenendo che «né Trump né l’America si ritireranno dalla Nato» per mancanza di ragioni concrete e perché il Congresso non lo permetterebbe. Una lettura, quella di Mosca, che rovescia la prospettiva: la minaccia sarebbe solo una mossa di facciata, funzionale a premere sugli alleati senza intenzioni reali di rottura.
La reazione europea e lo scenario post-Nato
Dall’altra parte dell’Atlantico, la sola evenienza di un abbandono americano ha già innescato riflessioni drammatiche. Nei circoli diplomatici europei si comincia a ragionare sulla necessità di rivoluzionare la politica estera e il sistema di alleanze, nella consapevolezza che l’architettura difensiva costruita contro la Russia sarebbe ormai priva del suo pilastro principale. Alcuni analisti intravedono in questa frattura – ancora solo ipotetica – l’occasione per avviare trattative dirette con Mosca, magari per «una pace dignitosa» che prescinda dalla protezione statunitense. Ma è un ragionamento che parte da un presupposto che, al momento, rimane smentito dai fatti: la Nato non si è ancora dissolta, e le dichiarazioni di Trump, per quanto gravi, non sono ancora diventate un atto formale.




