Il commercio a Piacenza regge l’urto della desertificazione, ma la perdita di 231 negozi ridisegna il volto della città

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il tessuto urbano di Piacenza, come quello di gran parte delle città italiane, sta vivendo una mutazione silenziosa ma inesorabile, una trasformazione che incide non solo sull’economia locale ma anche sulla morfologia sociale e sulla percezione di vivibilità dei suoi quartieri. L’Osservatorio di Confcommercio, con la sua analisi che abbraccia un arco temporale di tredici anni, dal 2012 al 2025, offre una fotografia dettagliata di questo fenomeno, consentendo di isolare le specificità del capoluogo emiliano all’interno di un quadro nazionale ben più preoccupante. Se è vero che il commercio al dettaglio arretra ovunque, spinto dalla concorrenza dell’e-commerce, dall’evoluzione delle abitudini di consumo e da una pressione fiscale che soffoca le piccole imprese, la città emiliana mostra una tenuta relativamente maggiore, una resilienza che la pone in controtendenza rispetto ad altre realtà.

I numeri, del resto, parlano chiaro: Piacenza ha visto spegnersi le proprie luci su 231 attività commerciali in poco più di un decennio. Una perdita secca, che incide per il 22,1% sul totale delle imprese del settore, un dato che, per quanto significativo, appare meno drammatico se paragonato a quello di altri capoluoghi della regione e della vicina Lombardia. Cremona, distante pochi chilometri, registra un crollo del 29,9%, mentre Lodi arriva a sfiorare il 31,1%. Un confronto che, se da un lato attenua la percezione di crisi per Piacenza, dall’altro non può e non deve indurre a facili ottimismi, perché la scomparsa di 231 vetrine rappresenta comunque un’amputazione significativa per il tessuto economico cittadino, una riduzione che si traduce in minori servizi di prossimità e in un potenziale aumento del degrado, laddove le saracinesche abbassate lasciano il posto a muri ciechi e spazi inutilizzati.

A livello nazionale, il fenomeno della desertificazione commerciale assume i contorni di una vera e propria emorragia, con circa 156mila punti vendita che hanno chiuso i battenti nello stesso periodo, un dato che Confcommercio non si stanca di sottolineare per richiamare l’attenzione delle istituzioni. Parallelamente, si registra una crescita, seppur numericamente inferiore con 19mila nuove unità, nel settore dell’alloggio e della ristorazione, a testimonianza di una trasformazione della domanda e dell’offerta che sposta il baricentro dallo shopping tradizionale alla fruizione di esperienze e servizi legati al turismo e alla socialità. Ed è proprio in questo quadro che Piacenza si posiziona al novantaseiesimo posto nella classifica dei 122 comuni monitorati, una graduatoria che vede Agrigento, Ancona e Belluno occupare i primi tre posti con cali superiori al 35%, e che dimostra come la tenuta del commercio non sia affatto scontata e vari sensibilmente da territorio a territorio.

Un fenomeno che ridisegna le città e le loro gerarchie

La progressiva chiusura dei negozi, un trend che nell’ultimo anno ha visto sparire una media di 46 esercizi al giorno su tutto il territorio nazionale, non è soltanto una questione economica, ma un fenomeno che incide profondamente sulla qualità della vita urbana e sulla sicurezza percepita. Le città che spengono le vetrine, come emerge dall’analisi, diventano più povere e più degradate, perché il negozio sotto casa non è solo un luogo di transazione commerciale, ma rappresenta un presidio sociale, un punto di riferimento, un luogo di incontro e relazione che contribuisce a tessere la trama delle relazioni di vicinato. Il progetto “Cities”, promosso da Confcommercio, si inserisce proprio in questa riflessione, con l’obiettivo di rafforzare le politiche di rigenerazione urbana e sostenere il commercio di prossimità, riconoscendo a queste imprese un ruolo centrale non solo nell’economia, ma nella stessa tenuta del tessuto sociale.

Le Marche, in questo scenario, rappresentano un caso emblematico, con tre comuni piazzati nelle prime dieci posizioni della classifica nazionale. Ad Ancona, seconda con un calo del 35,9%, la riduzione delle attività commerciali si accompagna a un decremento demografico dell’1,8%, mentre a Pesaro, terza con un -34,9%, la popolazione è addirittura in leggero aumento dello 0,8%, a dimostrazione che la desertificazione commerciale non è sempre e solo una conseguenza diretta dello spopolamento, ma può derivare da altri fattori, come la mutata struttura della domanda o l’eccessiva pressione competitiva delle grandi superfici e dell’online. Ad Ascoli, nona con un -33,4%, il calo demografico è invece marcato e tocca il 9,8%, delineando un quadro di difficoltà complessiva del territorio che incide pesantemente sulla sua vitalità.

L’analisi di Confcommercio, nell’edizione dell’Osservatorio “Città e demografia d’impresa”, mette a confronto l’evoluzione delle imprese nei centri storici con quella delle altre aree urbane, evidenziando come il cuore delle città sia spesso il più esposto a queste dinamiche. La sfida, come sottolineato dal direttore di Confcommercio Toscana Franco Marinoni, è quella di una medicina a base di rigenerazione urbana e sostegno mirato al commercio di vicinato, unica strada per contrastare un declino che, altrimenti, rischierebbe di trasformare i centri urbani in contenitori vuoti, privi di attrattività e di vita propria.

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