Adolescence e l'incubo di non riconoscere più tuo figlio
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La miniserie britannica Adolescence, ideata da Jack Thorne e Stephen Graham – quest’ultimo anche interprete del padre di Jamie – e diretta da Philip Barantini, ha scosso il pubblico non solo per la trama cruda, ma per la sua capacità di far risuonare un’inquietudine familiare. Quella di non sapere più chi sia davvero il proprio figlio. La storia di Jamie Miller, il quindicenne interpretato da Owen Cooper, trascinato nel vortice di forum online misogini fino all’accusa di omicidio, non è solo un dramma televisivo: è uno specchio che riflette paure reali, quelle che spingono uno spettatore a controllare il proprio adolescente mentre legge un libro sul sistema solare, come se quel gesto potesse bastare a rassicurarlo.
Cooper, durante un’intervista, ha rivisto il provino che gli è valso il ruolo: una scena d’interrogatorio in commissariato, girata con l’intensità che solo certi attori sanno restituire. «Vorrei una carriera come quella di DiCaprio», ha confessato, dimostrando un’ambizione che stride con il personaggio che lo ha reso celebre. Ma è proprio questa contraddizione a rendere Adolescence così disturbante: Jamie non è un mostro, è un ragazzo che potrebbe essere il nostro. E se la serie ha superato in audience produzioni più costose – lasciando in ombra persino Il Gattopardo –, è perché ha sfidato l’algoritmo, puntando su una storia che il pubblico non sapeva di volere, ma di cui aveva disperatamente bisogno.




