Wellens: "Pogacar stava male al Tour, temevamo il ritiro"
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Redazione Sport
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Il trionfo di Tadej Pogacar all’ultimo Tour de France, sebbene annunciato da una superiorità tanto cristallina da apparire incontrastabile, è stato in realtà segnato da un’incognita che, come un’ombra, ha minacciato di offuscare l’impresa dello sloveno. A squarciare il velo su quel momento di profonda apprensione, che ha riguardato non solo l’atleta ma l’intero gruppo della UAE Team Emirates, è stato il suo fedele gregario Tim Wellens, il quale, in un colloquio con L’Équipe, ha rivelato la gravità di una situazione tenuta prudentemente lontana dai riflettori. Le sue parole, che riecheggiano il tono confidenziale di un dialogo interno alla squadra, dipingono un quadro ben diverso dall’immagine del cannibale invincibile che il pubblico era abituato a vedere; un campione costretto a fare i conti con la vulnerabilità del proprio corpo, mentre un dolore acuto e inspiegabile ne metteva a rischio la continuazione della corsa.
Il momento critico sulla strada per Valence
È nel corso di una tappa, quella con arrivo a Valence, che la tensione è improvvisamente esplosa, trasformando una giornata di corsa in un potenziale dramma. “Tadej mi si è avvicinato e mi ha detto: ‘Tim, abbiamo un problema, mi fa molto male il ginocchio’”, ha raccontato Wellens, delineando con poche frasi essenziali l’inizio di una preoccupazione che si sarebbe rapidamente diffusa. La sofferenza, che pareva travalicare la normale soglia del dolore sopportabile per un professionista, era tale da imporre una verifica immediata, al punto che Pogacar, una volta sceso dal mezzo che lo trasportava, si è sottoposto a una visita medica d’urgenza. La procedura, sebbene necessaria, non è riuscita a placare l’ansia, poiché la natura del male rimaneva oscura, un enigma da risolvere in fretta mentre il Tour, spietato, proseguiva il suo cammino.
Le indagini mediche e l'incertezza
La serata successiva a quella tappa critica ha visto il capitano della UAE recarsi in ospedale, dove gli esami diagnostici hanno finalmente confermato la presenza di un’infiammazione, una condizione che, sebbene non definita nei dettagli, bastava a giustificare la pena patita dall’atleta. Eppure, la diagnosi non ha dissipato del tutto i timori; anzi, ha lasciato il team in uno stato di sospensione, nell’amara consapevolezza che un semplice processo infiammatorio potesse avere il potere di spezzare un sogno. “Stava davvero soffrendo”, ha sottolineato il gregario belga, “e non eravamo sicuri che sarebbe riuscito ad arrivare al traguardo”, una confessione che racchiude tutta l’angoscia di chi, da dentro la macchina da corsa, ha vissuto in prima persona lo spettro di un ritiro che sembrava ormai concretizzarsi.
La resilienza del campione
Nonostante il dolore e l’incertezza che hanno caratterizzato quei giorni, la storia si è conclusa con l’immagine più prevedibile e al contempo più straordinaria: quella di Pogacar che solleva le braccia al cielo sugli Champs-Élysées, conquistando la maglia gialla. Quel che è accaduto tra il momento di crisi e la celebrazione finale resta, in gran parte, un capitolo riservato alla squadra, un retroscena che ora, grazie al racconto di Wellens, assume i contorni di una prova di carattere. La capacità di sopportare la sofferenza fisica, di governare l’ansia e di proseguire nonostante tutto rappresenta, forse, un aspetto della grandezza di un campione tanto più significativo perché celato dietro il sorriso facile e l’andatura apparentemente spensierata che il mondo intero ha ammirato.




