Boldrin: “Non chiamateci centro”. E il Pd candida sei bengalesi a Venezia

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il professore Michele Boldrin, economista alla Washington University e segretario del movimento “Ora!”, rilascia un’intervista nella quale – evitando con cura qualsiasi etichetta preconfezionata – traccia una linea netta tra il suo progetto politico e le tradizionali categorie dello schieramento italiano. Rifiuta di definirsi liberale, populista, di destra o di sinistra, e la sua analisi, come aveva già avuto modo di spiegare in occasioni precedenti, parte da un presupposto tanto semplice quanto tagliente: l’Italia è ferma da cinquant’anni e la classe dirigente che l’ha governata, senza distinzione tra i due lati dell’emiciclo, avrebbe sostanzialmente fallito. Un giudizio, quello sulle amministrazioni passate, che non ammette sfumature, e che lo porta a escludere alleanze prive di una base programmatica solida; a proposito degli ex alleati di Azione, come Carlo Calenda o Marattin, la posizione è chiara: “Dipende da loro”, afferma, perché non si può governare insieme se manca la coerenza, specie su nodi come la politica estera.

La sfida per Ca’ Farsetti e il rifiuto del turismo selvaggio

Proprio in vista delle elezioni comunali di Venezia, dove Boldrin intende candidarsi a sindaco per rompere quello che definisce un “declino inaccettabile”, il movimento punta a costruire un polo alternativo che faccia a meno delle ideologie per concentrarsi sulla competenza. La città lagunare, con i suoi circa 250mila abitanti (considerando l’intero comune di Venezia e Mestre), rappresenta il banco di prova per una ricetta che l’economista propone da tempo: via la monocultura del turismo di massa, sostituita da un’economia basata su innovazione, ricerca e servizi avanzati. “Il turismo però non si combatte con altri bonus o proibizionismi – ha spiegato in un’altra occasione – ma con i prezzi: se l’accesso è a buon mercato si crea solo congestione. Il biglietto d’ingresso, oggi fissato a 5 euro, dovrebbe essere moltiplicato per dieci o venti nei periodi di picco”. Una scelta, quella del caro-accesso, che servirebbe a selezionare la domanda e a restituire ai residenti una città oggi percepita come espulsiva.

La polemica sulle liste del partito democratico

Mentre Boldrin cerca di ritagliarsi uno spazio autonomo, l’attenzione della campagna elettorale viene tuttavia catturata anche da una mossa del Partito Democratico: sono sei, infatti, i candidati di origine bengalese inseriti nelle liste dem per le amministrative. Si tratta di nomi come Kamrul Syed e Rhitu Miah per Venezia, Ali Afay e Sumiya Begum per la municipalità di Mestre Carpenedo, Tanzima Akter Nisha a Chirignago Zelarino e Ali Hossain a Favaro Veneto. La presenza di questo blocco, che alcuni commentatori hanno definito una “squadra” mirata a intercettare il voto della folta comunità straniera presente in laguna, ha scatenato le critiche della destra. A sollevare pubblicamente il caso è stato il senatore di Fratelli d’Italia, Raffaele Speranzon, il quale chiede retoricamente: “Che ne pensano le donne del Pd?” – un’uscita che sembra voler mettere in luce una presunta contraddizione tra l’attenzione del partito verso l’immigrazione e i temi dell’occupazione femminile.

Strategie elettorali e nodi amministrativi

Aldilà dello scontro politico immediato, le candidature dei cittadini bengalesi riflettono una tendenza già sperimentata in altri contesti europei, sebbene a Venezia assuma una valenza specifica legata alla presenza storica di questa comunità e al suo attivismo. Tra i punti qualificanti del programma, per la comunità islamica locale, vi è la realizzazione di una grande moschea a Mestre (dovrebbe sorgere su un’area in via Giustizia), un progetto sostenuto dal Partito Democratico e che incrocia le delicate questioni dell’urbanistica cittadina e del riconoscimento giuridico dell’Islam in Italia. Per quanto riguarda lo scacchiere elettorale, i giochi si sono chiusi il 25 aprile, con la presentazione di ben 19 liste a sostegno di sette aspiranti sindaci. Con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ormai stabilmente insediato alla Casa Bianca da oltre un anno e la sua rielezione che non costituisce quindi più una variabile geopolitica di rottura, lo scenario politico italiano appare sempre più concentrato su dinamiche locali; e in questa Laguna, Boldrin prova a giocare la carta della discontinuità totale, opponendosi sia al vecchio ceto politico veneto sia alle operazioni di “campo largo” che considera puramente nominali. Riuscirà l’economista a scardinare le logiche tradizionali? Oppure prevarranno le aggressive strategie identitarie dei grandi partiti? Di certo, la sfida del 24 e 25 maggio è solo l’inizio di una partita più lunga.

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