Il drone su Erbil e il nuovo fronte iracheno: cosa c'è dietro l'attacco ai francesi e il ritiro italiano

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il teatro mediorientale, già incandescente per l’offensiva congiunta israelo-statunitense contro l’Iran, registra ora una pericolosa estensione del conflitto ai danni dei contingenti europei in Iraq. Nella notte tra il 12 e il 13 marzo, un attacco con velivoli senza pilota ha preso di mira la base internazionale di Erbil, nel Kurdistan iracheno, causando la morte di un militare francese e il ferimento di altri sei commilitoni. Il presidente Emmanuel Macron, intervenuto sulla piattaforma X, ha definito l’accaduto “inaccettabile”, sottolineando come la presenza delle sue truppe nella regione si inserisca esclusivamente nel quadro della missione di contrasto al terrorismo, avviata nel 2015 contro l’Isis, e ribadendo che le ostilità in corso tra Teheran e Washington non possano in alcun modo giustificare simili atti.

Parallelamente all’aggravarsi della situazione per le forze di Parigi, un altro alleato europeo ha optato per una ritirata strategica. Il contingente italiano, schierato a Camp Singala, una struttura adiacente all’aeroporto di Erbil, ha infatti subito nella stessa finestra temporale l’impatto diretto di un drone. L’ordigno, che ha eluso le difese volando a bassa quota, ha centrato l’area ricreativa della base, danneggiando in particolare il ristorante soprannominato “Il Fortino” e alcuni automezzi, senza per fortuna causare vittime tra i circa 120 militari presenti, tempestivamente riparatisi nei bunker. L’episodio ha accelerato una decisione già in essere: l’Italia ha avviato il rientro del proprio personale, assottigliando silenziosamente un presidio che contava fino a poco tempo fa oltre mille unità e che era attivo dal 2003, riducendo la propria presenza nella sola Erbil a poco più di un centinaio di effettivi in fase di smobilitazione.

La mano delle milizie sciite e lo spettro di una guerra per procura

L’analisi della matrice degli attacchi rivela una complessità che va oltre la mera ritorsione iraniana. Fonti curde e intelligence della coalizione, citate da testimoni oculari e rapporti ufficiali, concordano sull’esecuzione materiale dell’assalto: non missili lanciati direttamente dal territorio della Repubblica Islamica, bensì droni e razzi sferrati da milizie sciite irachene, fedeli a Teheran ma operative all’interno dei confini iracheni. Tra queste, emergerebbe il nome di Saraya Awliya al-Dam, gruppo che opera in sinergia con una galassia di altre fazioni armate, spesso formalmente inquadrate nelle strutture di sicurezza di Baghdad ma di fatto dipendenti dai Pasdaran. Questi gruppi, forti di decine di migliaia di guerriglieri, stanno conducendo una strategia di logoramento che mira a rendere insostenibile la presenza delle forze della coalizione internazionale. Lo stesso ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha espresso solidarietà alla controparte francese, vittima nello stesso contesto geografico di una violenza che ha portato alla morte del maresciallo Arnaud Frion, del 7/o battaglione cacciatori alpini di Varces.

L’escalation non si limita agli attacchi diretti alle basi. Secondo quanto riportato da fonti della sicurezza ad Al Jazeera, due droni si sono schiantati contro il giacimento petrolifero di Majnoon, vicino Bassora, nel sud dell’Iraq, colpendo infrastrutture energetiche cruciali per l’economia del Paese. Inoltre, la televisione di Stato iraniana, citando il quartier generale delle Forze armate, ha rivendicato l’abbattimento di un aereo da rifornimento americano KC-135 nello spazio aereo iracheno occidentale, affermando che l’equipaggio sia rimasto ucciso a causa di missili lanciati dalle “fazioni della resistenza”. Sebbene il Comando Centrale Usa (CENTCOM) abbia confermato la perdita del velivolo durante l’operazione “Epic Fury”, attribuendola a un incidente in spazio aereo amico e non a fuoco nemico, la versione iraniana alimenta la narrazione di una resistenza capace di colpire duramente gli avversari.

La chiusura dello Stretto di Hormuz e la mossa a sorpresa di Trump sul petrolio russo

In questo quadro di guerra estesa, la nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, ha rotto il silenzio con un messaggio alla nazione letto da una speaker della tv di Stato, rimanendo egli stesso nell’ombra e alimentando ulteriori misteri sulle sue reali condizioni. Nel suo discorso, Khamenei ha ribadito la linea della fermezza: lo Stretto di Hormuz, via d’acqua vitale per il trasporto del greggio, “rimane chiuso”, e ha esortato i Paesi della regione a chiudere le basi americane, minacciando vendetta per il sangue dei martiri. Un blocco che ha già conseguenze tangibili sui mercati energetici, con il prezzo del petrolio che ha superato la soglia dei cento dollari al barile e la produzione degli stati del Golfo costretta a ridursi.

Emerge però una mossa apparentemente contraddittoria da parte dell’amministrazione Trump. In risposta alla volatilità del mercato e alla stretta sull’oro nero, il Dipartimento del Tesoro statunitense ha emesso una licenza temporanea che autorizza, fino all’11 aprile, l’acquisto di greggio russo attualmente bloccato in mare su petroliere. Il Segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha precisato che si tratta di una misura a breve termine, studiata per aumentare l’offerta globale senza garantire un significativo beneficio finanziario a Mosca, dato che le imposte russe vengono applicate principalmente al punto di estrazione e non sulle vendite di carichi già in transito. Una decisione, questa, che mostra come l’amministrazione americana stia cercando di bilanciare le esigenze di stabilità energetica globale con la prosecuzione del conflitto, mentre le capitali europee, colte impreparate dall’offensiva lampo voluta da Trump e Netanyahu, si trovano ora a dover gestire le conseguenze dirette di una guerra che bussa alle porte delle loro basi e che le costringe a ripiegare.

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