Il drone shahed su Camp Singara e il ruolo dei nostri militari nel Kurdistan iracheno

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La base militare italiana di Erbil, situata nel cuore del Kurdistan iracheno e conosciuta come Camp Singara, è finita nel mirino di un attacco con drone nella serata di mercoledì 11 marzo, un evento che ha immediatamente alzato il livello di attenzione sulla presenza del nostro contingente in una delle aree più calde e contese del Medio Oriente. La struttura, che sorge all’interno del perimetro altamente protetto che ospita anche l’aeroporto internazionale della città e altri compound utilizzati dalle forze della coalizione, è stata colpita da un velivolo senza pilota, probabilmente uno shahed di fabbricazione iraniana, il cui impatto ha distrutto un mezzo militare e provocato danni ad alcune infrastrutture. Le comunicazioni ufficiali, giunte tramite i ministri della Difesa Guido Crosetto e degli Esteri Antonio Tajani, hanno subito fugato ogni timore circa l’incolumità del personale: i militari italiani, circa trecento tra Esercito e Carabinieri, si sono messi in salvo nei bunker seguendo le procedure di sicurezza, e nessuno di loro è rimasto ferito.

L’attacco, la dinamica e la rivendicazione delle milizie filo-iraniane

Se inizialmente era circolata l’ipotesi di un missile, le ricostruzioni più accurate convergono ora sull’utilizzo di uno o più droni, una tecnologia che le milizie sciite legate a Teherano hanno affinato negli ultimi anni per colpire le postazioni occidentali. Il colonnello Stefano Pizzotti, comandante del contingente italiano a Erbil, ha raccontato ai media la concitazione di quelle ore: l’allarme per la minaccia aerea era scattato già intorno alle 20 e 30 ora locale, costringendo tutti gli operatori a ripararsi nei rifugi, e poco prima dell’una è avvenuta l’esplosione che ha danneggiato la base. Mentre a Roma si valutavano le possibili origini dell’aggressione, con Tajani che sottolineava l’incertezza se l’obiettivo fossero specificamente gli italiani o l’intero comprensorio internazionale, dalla rete è emersa una rivendicazione. Il gruppo sciita filo-iraniano Saraya Awliya al-Dam (SAD), già noto per azioni contro le forze statunitensi, ha pubblicato un video in cui mostra i preparativi dell’attacco, dichiarando di aver preso di mira sia la base di Erbil sia altre installazioni nella capitale Baghdad.

La funzione di Camp Singara e l’addestramento delle forze curde

Per comprendere la valenza strategica di Camp Singara, bisogna guardare alla missione che i nostri soldati svolgono quotidianamente lontano dai riflettori. Inserita nell’operazione Prima Parthica, la base non è un avamposto offensivo ma un centro nevralgico per l’addestramento delle forze di sicurezza locali. Qui, gli istruttori italiani lavorano a stretto contatto con i Peshmerga curdi e con i reparti Zeravani, le unità speciali della regione autonoma, per fornire loro le competenze necessarie a contrastare le residue cellule dello Stato Islamico e a garantire una parvenza di stabilità in un territorio martoriato da anni di conflitti. Questo lavoro, fatto di lezioni sul campo, tecniche di tiro e bonifica del territorio, rappresenta il cuore della nostra presenza in Iraq, una presenza che non prevede un ruolo diretto in combattimento ma che espone comunque i militari ai rischi di un contesto regionale in fiamme.

Il contesto di tensione e le ripercussioni sulla presenza italiana

L’episodio non può essere letto come un caso isolato, ma si inserisce in una escalation ben più ampia che vede l’Iraq trasformato in un campo di battaglia per procura tra Iran e Stati Uniti, con il presidente Trump nuovamente alla Casa Bianca e una linea dura nei confronti di Teheran. Nelle ultime settimane, la regione del Kurdistan è stata scossa da molteplici attacchi: solo poche ore prima del raid su Camp Singara, le difese dell’aeroporto di Erbil erano state attivate per neutralizzare altri droni, e non lontano, un velivolo simile era precipitato contro l’edificio che ospita il Consiglio dei ministri regionale. Le milizie filo-iraniane, che vedono nella presenza occidentale un’estensione del potere americano, stanno moltiplicando le loro azioni di disturbo, mirando a logorare i contingenti internazionali più che a cercare uno scontro frontale. Per i nostri circa trecento soldati, la vita a Camp Singara è già scandita da giorni di preallarme e da notti trascorse nei bunker, come testimoniato dallo stesso colonnello Pizzotti, che ha dovuto rassicurare le famiglie spiegando come il personale sia preparato e addestrato a gestire simili emergenze, nonostante la tensione resti altissima e i danni materiali siano ormai sotto gli occhi di tutti.

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