Live Aid, il giorno in cui il rock unì il mondo

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il 13 luglio 1985, mentre il sole batteva implacabile sugli stadi di Wembley e Philadelphia, il mondo intero si fermò per ascoltare una sola voce: quella del rock. Non fu un semplice concerto, ma un evento senza precedenti, capace di riunire sotto un unico cielo virtuale quasi due miliardi di persone in 150 Paesi. Voluto da Bob Geldof, già frontman dei Boomtown Rats e poi diventato paladino della solidarietà, il Live Aid nacque con un obiettivo preciso: raccogliere fondi per l’Etiopia, piegata da una carestia che aveva scosso le coscienze di mezzo pianeta.

Quel giorno, sul palco si alternarono settanta delle più grandi star dell’epoca, da Paul McCartney a David Bowie, da Madonna agli U2, passando per Mick Jagger, Tina Turner e i Queen, che con la loro performance entreranno nella leggenda. «Eravamo più di 70mila a Wembley», ricorda chi c’era, «e si sentiva il battito del cuore di tutti». L’aria era carica di elettricità, il caldo asfissiante, l’odore di fumo e sudore si mescolava all’eccitazione. A mezzogiorno in punto, l’inno britannico risuonò in onore di Carlo e Diana, seduti tra i vip, prima che gli Status Quo rompessero il ghiaccio con Rocking All Over the World.

Geldof, che oggi ammette come un simile evento sarebbe «impossibile da replicare nell’era dei social», riuscì allora a fare ciò che nessuno aveva mai tentato: trasformare la musica in una forza politica e umanitaria. I 127 milioni di dollari raccolti furono solo una parte del risultato. Quello che davvero cambiò, e che ancora oggi viene ricordato, fu la capacità di un genere – il rock – di abbattere confini e differenze, diventando il linguaggio universale di una generazione.

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