Carburanti, l’allarme della raffinazione: manca il 40% della capacità globale e il gasolio corre più del greggio
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Redazione Economia
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Il motivo per cui Donald Trump ha convocato il primo settembre 10, tra grandi e meno grandi, raffinatori americani – e non produttori di petrolio puri – è preciso. A luglio sono mancati nel mondo cinque milioni di barili al giorno di prodotti raffinati, quindi benzina, diesel e jet fuel, quei derivati preziosi senza i quali il commercio e la mobilità si fermano, perché non ci sono più impianti sufficienti a garantire certi volumi di prodotto finito.
Tra lo stop forzato dal Golfo Persico e le sanzioni che hanno di fatto limitato le esportazioni dalla Russia, si stima che manchi praticamente il 40% della capacità di raffinazione mondiale, una cifra che non trova precedenti recenti e che sta riscrivendo le regole del mercato energetico globale.
Il crollo delle raffinerie europee e il dato allarmante dell’Aie
Secondo gli ultimi rapporti dell’Agenzia internazionale dell’energia, le scorte di gasolio nell’hub di Amsterdam-Rotterdam-Aversa risultano inferiori del 24% rispetto alla loro media quinquennale, un segnale che conferma la stretta sull’offerta. Il quadro è reso ancora più grave dal lungo declino del settore in Europa: dal 2009 a oggi hanno chiuso i battenti 30 raffinerie di petrolio, pari al 30% del totale continentale, spinto da margini ristretti, pressioni ambientali e una domanda che negli anni precedenti sembrava destinata a calare.
Oggi, con il greggio che viaggia oltre i 90 dollari al barile e le quotazioni dei prodotti raffinati che galoppano, quei proprietari si stanno probabilmente mangiando le mani: quest’anno avrebbero potuto realizzare utili senza precedenti, ma la capacità produttiva non c’è più.
Perché il prezzo alla pompa non segue solo il Brent
La trasformazione del greggio in carburanti «utilizzabili» per muovere auto, camion e aerei è infatti l’anello della catena che più ha risentito del blocco dello stretto di Hormuz e delle tensioni militari tra Stati Uniti e Iran, ma anche quella che più ha inciso sui rincari alla pompa. Un’analisi ottenuta dal Corriere sulle varie componenti di prezzo di benzina e diesel in Italia mostra chiaramente come il costo delle raffinerie, ossia il margine di lavorazione, pesi ormai più del petrolio stesso e delle accise.
Di fatto, benzina e diesel vengono venduti come se il Brent fosse a 180-200 dollari al barile, mentre la quotazione reale si aggira attorno ai 90 dollari: un divario che non riflette i costi reali di produzione, ma la scarsità strutturale di impianti e la competizione per il prodotto finito sui mercati internazionali.
La corsa del gasolio e lo squilibrio tra domanda e offerta
Il gasolio, in particolare, sta correndo più del greggio, perché la sua domanda resta sostenuta in tutti i settori – dai trasporti su gomma all’agricoltura, passando per il riscaldamento – mentre l’offerta si contrae a vista d’occhio.
La situazione è paradossale: da un lato, i prezzi record al distributore sono il risultato di un mercato che sconta una penuria di raffinazione, non una scarsità di materia prima; dall’altro, i governi si trovano a dover gestire un’inflazione energetica che penalizza famiglie e imprese, senza poter contare su una ripresa immediata della produzione industriale europea.
Il richiamo di Trump ai raffinatori americani, con quell’incontro fissato per il primo settembre, suona come un tentativo di scongiurare una crisi di approvvigionamento negli Stati Uniti, ma il problema è globale e non si risolve con un vertice: servono anni per riconvertire o costruire nuovi impianti, e intanto il mercato continua a gridare il suo allarme.
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