Raffinerie in Italia, perché il caro carburanti può durare ancora

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il caro carburanti ha riportato al centro dell’attenzione le raffinerie in Italia e, più in generale, la capacità europea di trasformare il greggio in benzina, diesel e jet fuel. La pressione non riguarda quindi soltanto la disponibilità di petrolio, ma anche la quantità di prodotti raffinati che gli impianti riescono effettivamente a mettere sul mercato mentre le guerre in Medio Oriente e tra Russia e Ucraina incidono sugli equilibri internazionali. È in questo passaggio che emerge uno dei nodi della fase attuale: può esserci greggio disponibile, ma se diminuisce la capacità di lavorarlo e produrre carburanti nei volumi necessari, le tensioni arrivano comunque fino alle pompe di benzina.

La capacità di raffinazione europea continua a diminuire

Le previsioni di S&P Global Energy indicano una traiettoria precisa per l’Europa. Entro il 2035 la capacità di raffinazione dovrebbe scendere del 20%, attestandosi a poco più di 9 milioni di barili al giorno, mentre all’inizio del XXI secolo era pari a circa 14 milioni. La contrazione europea si inserisce in uno scenario più ampio nel quale anche il Nord America dovrebbe ridurre la propria capacità produttiva. Nello stesso periodo, però, nuove raffinerie continuano a essere costruite in Cina, Medio Oriente, India e Africa, spostando progressivamente la disponibilità di capacità di trasformazione verso altre aree del mondo.

Il problema diventa particolarmente evidente quando si osserva la disponibilità dei prodotti già raffinati. A luglio, secondo i dati riportati, nel mondo sono mancati cinque milioni di barili al giorno di benzina, diesel e jet fuel, una carenza attribuita all’insufficienza degli impianti capaci di produrre determinati volumi. Tra gli stop legati al Golfo e quelli che coinvolgono la Russia, viene stimata una mancanza pari praticamente al 40% della raffinazione mondiale. È questo squilibrio a spiegare perché il gasolio possa correre più del greggio: il prezzo della materia prima non esaurisce il problema quando la capacità di trasformarla è sotto pressione.

Caro carburanti, il nodo non riguarda soltanto le accise

Sulla situazione italiana interviene Agostino Apa, amministratore delegato di Vega Carburanti, azienda veneziana che conta 464 pompe di benzina a marchio Vega, Esso ed Enercop. Secondo Apa, il problema non sarebbe legato soltanto alle accise, ma anche alla chiusura degli impianti di raffinazione del Paese e alla conseguente perdita di autosufficienza. Una condizione che, nella sua lettura, espone maggiormente l’Italia a un mercato globale sottoposto a forte stress e contribuisce a rendere difficile un’inversione di tendenza del caro carburanti almeno nel breve periodo.

Il tema riguarda dunque la differenza tra disponibilità di petrolio e disponibilità di carburanti pronti per essere utilizzati. Le tensioni geopolitiche possono colpire contemporaneamente più passaggi della filiera, dal greggio alla produzione di benzina, diesel e carburante per l’aviazione, facendo aumentare il valore dei prodotti raffinati rispetto alla materia prima. È in questo contesto che assume importanza il crack spread, cioè il divario richiamato nel dibattito tra il valore del greggio e quello dei prodotti ottenuti dalla raffinazione. Se gli impianti disponibili non riescono a soddisfare i volumi richiesti, la pressione può trasferirsi sui prezzi finali anche senza una corrispondente accelerazione del petrolio.

Dalle guerre alle pompe di benzina, le crisi si incrociano

Le guerre in Ucraina e nel Golfo Persico finiscono così per incontrarsi sul terreno dei carburanti. Gli effetti delle mine iraniane, delle azioni americane e dei droni ucraini richiamati nel quadro delle crisi in corso incidono su un sistema di raffinazione già ridimensionato in alcune delle principali economie occidentali. Le conseguenze non rimangono confinate alle aree direttamente coinvolte nei conflitti, perché benzina, diesel e jet fuel sono scambiati su un mercato globale nel quale una riduzione della produzione disponibile può riflettersi anche sui Paesi lontani dalle zone di guerra.

La convocazione annunciata da Donald Trump per il primo settembre di dieci raffinatori americani, tra grandi e meno grandi, viene collegata proprio a questo problema e non alla produzione pura di petrolio. Il punto indicato è la capacità di trasformare il greggio in prodotti utilizzabili, in una fase in cui gli impianti disponibili non risultano sufficienti a garantire tutti i volumi richiesti. Per l’Italia, il dibattito sulle raffinerie si inserisce quindi in un contesto che combina chiusure degli impianti, minore autosufficienza e tensioni internazionali sulla produzione di carburanti. È da questa combinazione che nasce l’allarme su prezzi alla pompa destinati a restare sotto pressione nel breve periodo.

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