Il caro-carburanti e il collo di bottiglia delle raffinerie: perché in Italia i prezzi alla pompa continuano a salire
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Redazione Economia
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Il prezzo dei carburanti continua a tenere banco, tra le code ai distributori low-cost e il dibattito politico che si riaccende con ogni rincaro. Ma al di là delle fluttuazioni del greggio, il nodo vero è un altro, e riguarda la capacità dell'Europa e dell'Italia di trasformare il petrolio in benzina e diesel. La crisi dello Stretto di Hormuz ha messo a nudo una fragilità strutturale del sistema energetico europeo, dove il problema non è tanto la scarsità di materia prima, ma la mancanza di raffinerie in grado di lavorarla.
Prezzi impennati e raffinerie chiuse: il paradosso europeo
Nonostante il prezzo del petrolio greggio si sia mantenuto al di sotto dei 90 dollari al barile, un dato apparentemente in controtendenza rispetto a crisi petrolifere del passato, alla pompa i prezzi continuano a rimanere elevati. Il diesel oscilla poco sopra i 2,10 euro al litro e la benzina intorno ai 2 euro, valori che fotografano un paradosso.
Il problema, come spiegano gli analisti del settore, è a monte: il petrolio tal quale non si consuma, e senza raffinerie che lo trasformino in prodotti finiti, i costi per il consumatore finale non possono che restare alti. In Italia e in Europa, il numero di questi impianti è drasticamente diminuito negli ultimi anni, con la chiusura di siti storici come Ravenna, Marghera, Mantova, Cremona e, più recentemente, Livorno.
Questa contrazione dell'apparato industriale, in un momento in cui la domanda di prodotti raffinati resta sostenuta, crea un collo di bottiglia che si traduce in un aumento dei prezzi indipendentemente dall'andamento del greggio. Anche in Nord America la capacità produttiva è destinata a ridursi, mentre in Cina, Medio Oriente, India e Africa si continuano a costruire nuove raffinerie, un'allocazione delle risorse che penalizza pesantemente le economie occidentali.
La crisi di Hormuz e i costi per l'Italia
Il conflitto in Medio Oriente ha avuto un effetto immediato sulle importazioni di combustibili fossili, colpendo duramente i Paesi dell'Unione Europea. Secondo un'analisi del Centre for Research on Energy and Clean Air (CREA), l'Ue ha sostenuto il maggiore costo aggiuntivo per l'importazione di combustibili fossili durante i primi sei mesi della crisi, con 78 miliardi di dollari, davanti a Cina (35 miliardi) e India (22 miliardi).
I Paesi Bassi, l'Italia, la Francia e la Spagna figurano tra le dieci nazioni più colpite da questi rincari, con l'Italia che ha registrato costi aggiuntivi stimati in circa 12,7 miliardi di euro tra marzo e agosto 2026. Dei 170 Paesi analizzati, ben 134 hanno pagato il diesel più del previsto rispetto alle aspettative dei mercati precedenti al conflitto, a dimostrazione della portata globale dello shock.
La dipendenza dal diesel, cruciale per il trasporto merci e l'agricoltura, ha propagato questi aumenti lungo l'intera catena di approvvigionamento, alimentando l'inflazione sui beni di consumo.
La contrazione della capacità di raffinazione
Le proiezioni per il futuro disegnano uno scenario altrettanto critico. Secondo le stime di S&P Global Energy, la capacità di raffinazione in Europa è destinata a scendere del 20% entro il 2035, attestandosi a poco più di 9 milioni di barili al giorno, un dato che contrasta nettamente con i 14 milioni di barili lavorati all'inizio del XXI secolo. Questo declino strutturale si inserisce in un contesto internazionale in cui la domanda di prodotti raffinati, come diesel e carburante per l'aviazione, rimane elevata, e la loro disponibilità è resa fragile da fattori geopolitici.
Il cosiddetto crack spread, ovvero il margine di raffinazione, ha toccato livelli record nel bacino atlantico, segnale che il mercato paga a caro prezzo la scarsità di impianti. L'analisi dell'IEA mostra come le esportazioni di diesel da Russia, Medio Oriente e Asia siano diminuite di 1,3 milioni di barili al giorno rispetto all'anno precedente, una quantità pari a circa un quinto del commercio marittimo globale di questo prodotto.
Quando una quota così grande viene a mancare, gli acquirenti competono per i carichi rimasti e il prezzo corre più rapidamente di quello della benzina, e ogni barile di greggio che non può essere raffinato in loco si trasforma in un costo aggiuntivo per l'importazione di prodotti finiti.
Uscire dalla trappola dei combustibili fossili
Se da un lato la crisi in Medio Oriente ha reso evidente la vulnerabilità del sistema europeo, dall'altro l'analisi del CREA evidenzia come gli investimenti nelle energie rinnovabili stiano iniziando a dare i loro frutti. La capacità di energia pulita installata nel blocco dal 2020 ha permesso ai Paesi importatori di risparmiare 36 miliardi di euro in acquisti di combustibili fossili nei primi cinque mesi della crisi.
Se l'Italia resta tra i Paesi più esposti, con un costo aggiuntivo pro capite significativo, il rapporto mostra come ogni unità di gas, petrolio o carbone sostituita da elettricità pulita abbia rappresentato un'unità in meno da acquistare a prezzi di guerra. Le energie rinnovabili e l'elettrificazione dei trasporti non servono più soltanto a ridurre le emissioni, ma rappresentano una copertura concreta contro gli shock energetici di origine geopolitica.
Un segnale che, mentre il dibattito si accende sui prezzi alla pompa, la strada della transizione energetica si propone non solo come una scelta ambientale, ma come una necessità strategica per la sicurezza economica del Paese.
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