Italia, Spagna e Polonia: la “coalizione” dei tagli che sfida Bruxelles sul caro-carburanti

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La tregua in Medio Oriente, con il suo effetto immediato di raffreddamento sulle quotazioni del greggio, non ha ancora trovato un riscontro tangibile alla pompa di benzina per gli automobilisti italiani. Nonostante il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, abbia tuonato ieri in conferenza stampa al Mimit, convocando per il pomeriggio odierno – come riportato dalle agenzie – le quattro principali aziende della distribuzione, il meccanismo di trasmissione tra il costo della materia prima e il prezzo finale sul territorio nazionale sembra inceppato. Urso, nel rispondere a una domanda sulle conseguenze dell’intesa nella regione mediorientale, è stato chiaro: “Ho convocato domani pomeriggio le quattro grandi aziende di distribuzione dei carburanti perché ci sia la consapevolezza che l’adeguamento dei prezzi debba essere immediato”. La richiesta, veicolata anche attraverso l’escalation della vigilanza della Guardia di Finanza (disposta nei giorni scorsi dai ministeri competenti per arginare speculazioni), mira a ottenere quel ribasso “significativo” già registrato sui mercati internazionali.

L’asse Roma-Madrid-Varsavia e la svolta green contestata

Mentre il governo prova a forzare la mano sui listini, sullo sfondo si delinea una manovra politica ben più strutturata che vede l’Italia in prima fila. Insieme a Spagna e Polonia, Roma ha imbastito una vera e propria coalizione per scardinare – o quantomeno rivedere pesantemente – le rigidità del Green Deal europeo, che molti dei membri del blocco ritengono responsabile della perdita di competitività industriale. La premier, giunta a Bruxelles per il vertice dei capi di Stato e di governo, ha trovato nel premier spagnolo Pedro Sánchez un antagonista feroce sul tema, ma paradossalmente un alleato oggettivo nella richiesta di flessibilità. Sánchez, pur attaccando frontalmente chi usa la crisi energetica per smantellare le politiche climatiche, rivendica un modello virtuoso basato sulle rinnovabili che tiene i prezzi bassi; tuttavia, la richiesta congiunta di dieci Stati membri – tra cui spiccano proprio Italia e Polonia – di intervenire sul sistema Ets (il mercato dei diritti di emissione) dimostra la volontà di non subire passivamente la transizione.

Il paradosso dei sussidi e l’effetto tenaglia sulle imprese

Nel dettaglio, la posizione italiana è tra le più radicali: si punta a una sospensione totale del sistema, o almeno a un congelamento fino a quando i prezzi delle fonti fossili non torneranno ai livelli pre-crisi. Una richiesta che, secondo gli analisti del think tank Ember, rischierebbe di produrre effetti minimi sul costo finale in bolletta (il carbonio incide solo per circa il 10% sul totale), ma che politicamente rappresenta un assist concreto per le aziende energivore. Il paradosso, evidenziato dagli esperti, è che l’Italia ha già istituito un decreto per rimborsare gli impianti proprio di quei costi di emissione: un meccanismo che, di fatto, finanzia le società energetiche con fondi che arrivano dalle tasche di famiglie e piccole imprese, senza alcuna garanzia che lo sconto venga trasferito a valle. Una criticità che si somma ai dati drammatici della piccola imprenditoria: le Pmi italiane pagano l’energia molto più delle grandi ration e, secondo i sindacati, subiscono uno svantaggio percentuale a doppia cifra rispetto ai competitor tedeschi.

La riunione al Mimit e l’ombra della speculazione

In attesa degli esiti del vertice europeo, l’attenzione resta focalizzata sull’incontro odierno convocato dal ministro Urso. L’obiettivo dichiarato è eliminare ogni ritardo nell’adeguamento, colpendo quelle condotte ritenute speculative che hanno storicamente caratterizzato il mercato dei carburanti in periodi di forte volatilità. Dopo le verifiche massive già avviate a marzo dal Garante dei prezzi in collaborazione con le Fiamme Gialle – controlli che avevano portato alla creazione di liste nere di distributori “inadempienti” rispetto al taglio delle accise – la pressione si fa ora serrata per tradurre la tregua mediorientale in un risparmio immediato per i consumatori. Il ministro ha messo in guardia le compagnie: se l’intesa sulla tregua ha ridotto il costo del gas, la stessa riduzione “deve subito vedersi anche nella rete di distribuzione nazionale”. Una dichiarazione che suona come un ultimatum per le quattro grandi aziende di distribuzione, chiamate a dimostrare che la trasmissione dei prezzi non è solo una teoria economica, ma una pratica immediata.

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