Auto aziendali, arriva la mazzata: chi pagherà più tasse sui fringe benefit

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La tassazione dei fringe benefit legati alle auto aziendali si appresta a vivere una delle trasformazioni più significative degli ultimi anni, con ricadute dirette e concrete sulle buste paga di migliaia di lavoratori dipendenti. Il decreto Omnibus, varato in via preliminare dal Consiglio dei ministri lo scorso 10 giugno e ora all'esame delle commissioni parlamentari, introduce una serie di correttivi alla disciplina fiscale che, se confermati, modificheranno radicalmente il calcolo del valore imponibile delle vetture concesse in uso promiscuo.

Il nodo centrale della riforma, destinato ad alimentare il dibattito politico e sindacale nelle prossime settimane, risiede nella previsione di una maggiorazione del 50% del valore del benefit per i veicoli che abbiano superato il quinto anno dalla prima immatricolazione. Un intervento che il governo giustifica con l'esigenza di incentivare il ricambio del parco auto aziendale, ma che rischia di trasformarsi in un pesante aggravio fiscale per chi utilizza mezzi più datati, indipendentemente dalla loro effettiva alimentazione o classe ambientale.

Le nuove regole: età del veicolo e valore imponibile

A decorrere dal periodo d'imposta 2026, il calcolo del fringe benefit per le auto aziendali non si baserà più esclusivamente sulla data di immatricolazione, ma sull'anzianità effettiva del veicolo.

La norma, modificando l'articolo 51, comma 4, del Testo Unico delle Imposte sui Redditi (Tuir), stabilisce che il valore convenzionale determinato secondo le tabelle ACI, già differenziato in base all'alimentazione (50% per i veicoli a benzina e diesel, 20% per gli ibridi plug-in, 10% per i full electric), subisca una maggiorazione del 50% dopo il 31 dicembre del quinto anno successivo a quello di prima immatricolazione. In pratica, per un'auto tradizionale il cui fringe benefit annuo fosse calcolato in 1.000 euro, dopo i cinque anni si arriverebbe a 1.500 euro, con un conseguente incremento delle imposte e dei contributi a carico del dipendente. Non solo: lo schema di decreto introduce anche una maggiorazione forfettaria del 5% per quegli accessori e allestimenti che non siano già valorizzati nelle tabelle ufficiali dell'Automobile Club d'Italia, colmando una lacuna che aveva generato incertezze interpretative.

La reazione del Parlamento: la richiesta di eliminare la maggiorazione

Proprio questo meccanismo di penalizzazione legato all'età del veicolo ha suscitato le prime, significative, reazioni in sede parlamentare. Le commissioni Finanze di Camera e Senato, chiamate a esprimere il loro parere non vincolante sullo schema di decreto, hanno approvato un'osservazione che chiede al Governo di eliminare l'aumento del 50% per le auto immatricolate da più di cinque anni.

"Valuti il Governo l'opportunità di modificare il provvedimento - si legge nel testo dell'osservazione - allo scopo di eliminare l'aumento del 50% della misura di tassazione per i veicoli immatricolati da più di cinque anni". Un atto che, sebbene non vincolante per l'esecutivo, rappresenta un segnale politico preciso e potrebbe portare a un ripensamento della misura nel corso dell'iter di approvazione definitiva, che probabilmente si concluderà dopo la pausa estiva.

Il resto della disciplina, inclusa la clausola di salvaguardia per i veicoli ordinati entro il 31 dicembre 2024 e concessi nel 2025 - che estende il regime fiscale previgente - e le nuove regole sugli optional, non ha invece sollevato particolari obiezioni.

L'impatto su flotte e lavoratori: una stretta generalizzata

L'effetto concreto della manovra, se confermata, potrebbe tradursi in una vera e propria stangata per i lavoratori che utilizzano vetture aziendali con qualche anno di vita, e contrariamente a quanto inizialmente ipotizzato, la maggiorazione non riguarderà solo i veicoli endotermici ma si applicherà indistintamente a tutte le alimentazioni, colpendo quindi anche auto elettriche e ibride plug-in una volta superato il quinquennio.

Secondo quanto riportato nella relazione tecnica che accompagna il provvedimento, l'obiettivo dichiarato è quello di disincentivare il mantenimento di veicoli oltre tale periodo, anche se gli stessi dati di fonte governativa evidenziano come il ricambio medio delle flotte aziendali avvenga generalmente prima del quinto anno di immatricolazione, limitando l'impatto effettivo sulle entrate tributarie. Una stima di massima, citata da fonti di stampa, indica comunque che la misura potrebbe riguardare circa 327.000 vetture, considerando che il 32% della flotta circolante a noleggio a lungo termine è rappresentato da contratti con durata superiore ai 48 mesi. Un intervento, insomma, che sembra avere una valenza più simbolica e orientativa che meramente fiscale, ma che rischia comunque di pesare sulle scelte delle aziende e sui bilanci familiari dei dipendenti.

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