Almasri, i ministri verso l’informativa in aula. La serrata di Pd e M5S

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Redazione Interno Redazione Interno   -   In un lunedì che sembrava destinato alla calma, l’Aula parlamentare è stata bloccata dalle opposizioni, che hanno scelto di non attendere il ritmo dettato dai capigruppo di Camera e Senato. La decisione di Pd e M5S di tornare sulle barricate arriva in risposta al caso Almasri, il libico arrestato a Torino il 19 gennaio su mandato della Corte penale internazionale e poi rimpatriato in Libia con un volo di Stato. Una vicenda che, dal suo esplodere, ha scosso il panorama politico e giudiziario, lasciando molte domande senza risposta.

Le opposizioni, che da giorni chiedono chiarimenti, hanno intensificato la pressione sul governo, reclamando la presenza della premier Giorgia Meloni in Aula. A quasi due settimane dal rilascio di Osama Almasri, accusato dalla Corte penale internazionale di torture e violenze contro migranti, tra cui minori, il governo non ha ancora fornito una spiegazione ufficiale alle Camere. Nonostante le numerose dichiarazioni, spesso contraddittorie, da parte della premier e dei suoi ministri, manca un’informativa dettagliata che possa fare luce sulle dinamiche del rimpatrio.

La questione è tornata al centro del dibattito dopo che i ministri Nordio e Piantedosi avevano rinunciato a riferire in Parlamento, sollevando ulteriori polemiche. Oggi, però, la situazione sembra evolversi: nel corso di una riunione a Palazzo Chigi, alla quale hanno partecipato Giulia Bongiorno, presidente della commissione Giustizia del Senato e avvocato della premier, insieme ai due ministri e al sottosegretario Alfredo Mantovano, è stata presa la decisione di procedere con un’informativa in Aula. Una mossa che, se da un lato potrebbe placare le richieste delle opposizioni, dall’altro non cancella le ombre che gravano sulla vicenda.

Nordio e Piantedosi, infatti, sono iscritti nel registro delle notizie di reato come persone indagate per aver autorizzato il rimpatrio di Almasri, un atto che ha sollevato interrogativi sulla compatibilità con il mandato della Corte penale internazionale. La ragion di Stato, invocata da alcuni esponenti della maggioranza, non è stata sufficiente a spegnere le critiche, soprattutto considerando le gravi accuse rivolte al libico.

Intanto, tra le fila del governo, emerge una voce inaspettata: quella di Antonio Di Pietro, ex magistrato e figura simbolo di Mani Pulite, che si è schierato a difesa della separazione delle carriere e ha definito “inappropriato” lo sciopero delle toghe. Di Pietro ha anche sostenuto che nel caso Almasri non ci sarebbe stato alcun reato, attribuendo la decisione alla ragion di Stato. Una posizione che, se da un lato sembra avvicinarlo alla maggioranza, dall’altro riapre il dibattito sul ruolo della magistratura e sulle riforme in corso.

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