La dieta degli astronauti e le ricette anti-invecchiamento per la terza età

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Non è fantascienza, bensì tecnologia applicata alla nutrizione, quel sottile filo rosso che lega le diete degli astronauti in orbita alle nuove ricette pensate per chi vive gli anni del pensionamento. Lo ha chiarito oggi la professoressa Sofia Pavanello, direttrice del BioAginLab dell’università di Padova, presentando un menù studiato nei minimi dettagli molecolari: lo stesso principio che impedisce il decadimento fisico durante i lunghi mesi nella stazione spaziale – dove l’assenza di gravità accelera i processi di invecchiamento muscolare e osseo – può essere riadattato per le nostre cucine. A sostenerlo è la stessa ricercatrice, la quale ha spiegato come quelle specifiche diete, messe a punto per missioni che durano da sei mesi a un anno intero, abbiano dimostrato sul campo l’esistenza di alimenti in grado di regolare i meccanismi epigenetici del Dna. Tradotto in termini pratici: certi ingredienti, se assunti con criterio, non si limitano a nutrire, ma interagiscono direttamente con i nostri geni per rallentare l’orologio biologico.

Il momento decisivo arriva dopo i 65 anni, quando ossa e muscoli si indeboliscono

La terza età rappresenta una finestra critica, sebbene non sia affatto l’ultima occasione per intervenire. A ogni fase della vita corrispondono esigenze nutrizionali specifiche, e superata la soglia dei 65 anni il subisce cambiamenti che rendono l’alimentazione non solo un supporto, ma una vera e propria terapia. La dottoressa Romina Cervigni, nutrizionista e responsabile scientifica della Fondazione Valter Longo, ha voluto dissipare un luogo comune particolarmente radicato: quello che vede negli anni avanzati un momento ormai troppo tardo per cambiare abitudini. «Diversi studi hanno dimostrato – ha detto la specialista – che si possono guadagnare anni in più in salute facendo scelte alimentari in linea con la Dieta della Longevità, sia che si inizi a venti anni sia che si inizi dopo i sessant’anni». Una precisazione, quest’ultima, che ribalta la narrazione fatalista secondo cui i danni accumulati sarebbero irreversibili. A indebolirsi sono le ossa e la massa muscolare, ma una corretta strategia a tavola può rallentare la perdita di energie e persino allungare l’aspettativa di vita, senza bisogno di ricorrere a formule magiche o integratori miracolosi.

Il ruolo della corteccia prefrontale e il peso dell'ottimismo sulla durata della vita

Se il piatto è importante, non bisogna trascurare ciò che accade tra il cranio e le tempie. Un recente studio, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), ha portato alla luce un meccanismo neurobiologico ben preciso che lega l’umore alla longevità. I ricercatori, coordinati dal primo autore Kuniaki Yanagisawa della Kobe University giapponese, hanno identificato una specifica area cerebrale – la corteccia mediale prefrontale – che si attiva quando la mente vagabonda verso pensieri positivi. Al contrario, quella stessa zona tende a spegnersi o a ridurre la sua attività quando prevalgono stati d’animo negativi o rabbiosi. Non si tratta quindi di una vaga sensazione di benessere, ma di un fenomeno biologico misurabile: pensare in maniera ottimistica non è solo un esercizio mentale, bensì un atto fisiologico che si riflette sull’efficienza neuronale e, con tutta probabilità, sull’intero organismo. Se la rabbia fa male al cuore, l’ottimismo sembra invece lubrificare i circuiti del benessere duraturo.

Frutti rossi, tè verde e cacao: l’alleanza molecolare contro il declino cellulare

A rendere tutto più concreto è infine la lista della spesa. La longevità, ormai è evidente anche per i non addetti ai lavori, non dipende esclusivamente dal corredo genetico ereditato dai genitori. L’alimentazione gioca un ruolo determinante, forse il più determinante, nel modulare la qualità e la durata della vita. Tra i cibi che gli studi scientifici più recenti indicano come alleati di un invecchiamento sano spiccano i frutti rossi, il tè verde e il cacao. Il loro principio attivo, per così dire, non è misterioso: si tratta di sostanze nutrienti che agiscono sull’infiammazione silenziosa e sullo stress ossidativo, due dei principali motori del declino cellulare. Al contrario, altre abitudini alimentari – spesso quelle legate agli zuccheri raffinati o ai grassi saturi – rischiano di accelerare la corsa verso le malattie dell’età. La ricetta, insomma, è scritta: imitare gli astronauti nei principi, adattare le porzioni alla vita sulla Terra, e magari sorridere un po’ di più, dato che anche il cervello, a suo modo, ne ha bisogno per restare giovane.

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