Il "morbo K", l'inganno che salvò gli ebrei romani, diventa una serie tv per il giorno della memoria

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Quando, nell’ottobre del 1943, le truppe naziste entrarono nel ghetto di Roma per procedere alla deportazione, un gesto eroico e ingegnoso prese forma all’interno del vicino ospedale Fatebenefratelli, sull’Isola Tiberina. I primari Giovanni Borromeo e Adriano Ossicini, infatti, architettarono un piano destinato a rimanere nella storia, pur essendo fondato su una finzione: dichiararono la presenza di un contagioso e letale morbo, ribattezzato "K" come il colonnello delle SS Herbert Kappler, responsabile della retata. Quella malattia inesistente, certificata con falsi referti e sintomi credibili, funse da deterrente efficace, scoraggiando i militari dall’ispezionare i reparti dove numerosi ebrei erano nascosti, e consentendo così di salvarne molti dalla tragedia dei campi di sterminio. Una pagina di resistenza non armata, quella del cosiddetto morbo K, che dimostra come il coraggio possa assumere le forme più diverse, persino quelle di una diagnosi inventata per proteggere vite umane.

La trasposizione televisiva e l'ultimo saluto di Antonello Fassari

Proprio a questo episodio storico, poco noto al grande pubblico, è dedicata la miniserie in due puntate “Morbo K – Chi salva una vita salva il mondo”, in onda in prima serata su Rai 1 per commemorare il Giorno della Memoria. Interpretata da Vincenzo Ferrera e Giacomo Giorgio, la fiction diretta da Francesco Patierno ricostruisce, con la libertà narrativa tipica del genere, le gesta dei medici dell’Isola Tiberina. La serie porta con sé anche un commosso addio, poiché segna l’ultima apparizione dell’attore Antonello Fassari, scomparso nella primavera del 2025; i titoli di coda gli rendono infatti esplicito omaggio, ricordandolo al pubblico che lo ha amato in produzioni come “I Cesaroni”. La sua presenza, seppur breve, conferisce un ulteriore strato di significato al racconto, che intreccia memoria collettiva e ricordi personali.

Le polemiche e la replica della produzione

Non sono mancate, tuttavia, delle critiche rivolte alla produzione, accusata da alcuni di aver omesso il ruolo attivo delle autorità fasciste italiane nel rastrellamento del ghetto. A queste osservazioni ha risposto la responsabile di Rai Fiction, esprimendo stupore e rammarico per quelle che ha definito “mistificazioni” sul contenuto della serie. Ha sottolineato, la dirigente, come la complicità della polizia dell’epoca non sia affatto stata taciuta, ma anzi narrata con attenzione, in un lavoro sviluppato in collaborazione con la Comunità Ebraica sin dalle fasi di scrittura. Una replica netta, la sua, che ha ribadito l’impegno del servizio pubblico nel raccontare la storia nella sua complessità, senza cedimenti a semplificazioni.

La storia oltre la fiction

Al di là della trasposizione televisiva, la vicenda del morbo K resta un caso emblematico di resistenza civile in uno dei periodi più bui del Novecento. L’invenzione di una malattia contagiosa si rivelò una strategia tanto semplice quanto geniale, sfruttando la paura del contagio per creare una zona franca temporanea all’interno dell’ospedale. Un episodio che, pur nella sua eccezionalità, racconta di un’umanità capace di opporsi alla barbarie con l’intelligenza e la compassione, salvando decine di persone dalla deportazione certa. La sua riscoperta, attraverso un prodotto di ampio ascolto, contribuisce a tenere viva la consapevolezza di come, anche di fronte alla macchina dello sterminio, esistessero margini per agire e per sottrarsi alla logica dell’annientamento.

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