Morbo K: la fiction che racconta un inganno per la vita nella Roma nazista
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Redazione Cultura e Spettacolo
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In una programmazione per il Giorno della Memoria che spesso propone documentari o film storici consolidati, Rai 1 ha scelto una via narrativa differente, trasmettendo la miniserie "Morbo K – Chi salva una vita, salva il mondo intero". L'opera, andata in onda in due serate, riporta alla luce un episodio di resistenza medica e civile, ambientato nel cuore dell'occupazione nazista di Roma, durante l'autunno del 1943. La storia, come noto, prende le mosse da un ricatto spietato: la richiesta, da parte del capo delle SS Herbert Kappler, di cinquanta chili d'oro in cambio di una sicurezza mai concessa, che precede di poco il tragico rastrellamento del Ghetto. È in questo contesto di terrore e caccia all'uomo che si colloca l'azione del primario dell'ospedale Fatebenefratelli, il professor Prati, il quale architettò un disperato stratagemma per tentare di salvare quanti più perseguitati possibile.
Il disperato stratagemma del "morbo" inventato
La finzione, che dà il Titolo alla produzione, consistette nell'ideare una malattia infettiva e mortale, battezzata con la lettera del crudele comandante tedesco, il cosiddetto "Morbo K". Diagnosticandola a ebrei e ricercati che cercavano rifugio tra le mura dell'ospedale, il personale sanitario rendeva quelle persone, agli occhi delle pattuglie naziste, degli intoccabili, da isolare piuttosto che da deportare. Una menzogna pietosa, dunque, che sfruttava la paura del contagio come scudo umanitario, in un momento in cui ogni altra via legale o di appello era già stata cancellata dalla violenza delle leggi razziali e dalla ferocia dell'occupante. La fiction, diretta da Francesco Patierno, segue così le vicende di quegli giorni concitati, mostrandone i risvolti sia dentro sia fuori dal nosocomio, tra la tensione per l'imminente retata e la macchinazione messa in piedi per contrastarla.
Le reazioni del pubblico e il dibattito sulla rappresentazione
Se l'interpretazione di Giacomo Giorgio, nei panni del dottor Prati, ha raccolto un ampio consenso tra gli spettatori, come riportano diverse cronache di stampa e commenti online, non altrettanto unanime è stato il giudizio sulla struttura narrativa dell'opera. Una parte del pubblico, specialmente sui social network, ha espresso perplessità circa la scelta di romanzare pesantemente una storia di per sé potente e basata su fatti reali, ritenendo che l'aggiunta di elementi di finzione drammatica ne avrebbe quasi sminuito il valore testimoniale. Le critiche, in particolare, si sono concentrate sul finale della serie, giudicato da alcuni eccessivamente costruito per esigenze di sceneggiatura, al punto da apparire "discutibile" a fronte della crudezza e semplicità eroica del gesto originario. Dibattiti di questo tipo, del resto, accompagnano spesso le trasposizioni televisive o cinematografiche di eventi storici, dove il confine tra aderenza alla verità dei fatti e necessità di drammaturgia diventa terreno di costante confronto, quando non di scontro.
La cronaca nera e il percorso giudiziario
Sullo sfondo della vicenda narrata, che pure si conclude con un atto di salvezza, resta la cupa realtà della persecuzione. Il rastrellamento del Ghetto di Roma, ordinato da Kappler e portato a termine il 16 ottobre 1943, costituisce uno dei capitoli più bui della storia italiana sotto l'occupazione, con centinaia di persone strappate alle loro case e avviate verso la deportazione. Le inchieste giudiziarie del dopoguerra cercarono, non senza grandi difficoltà e limiti temporali, di fare luce sulle responsabilità di quella e di altre azioni, processando alcuni dei principali artefici. La memoria di quegli eventi, oggi, passa anche attraverso opere di finzione come "Morbo K", che hanno il pregio di riportare l'attenzione su storie individuali di coraggio e resistenza, seppure mediandole attraverso il linguaggio televisivo e le sue inevitabili licenze narrative.




