Morbo K, la serie tv sulla malattia immaginaria che salvò vite nel ghetto di Roma

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Nella grigia e occupata Roma dell’ottobre 1943, mentre la città era stretta nella morsa nazista dopo l’8 settembre, un medico italiano ideò un disperato stratagemma per tentare di sottrarre persone alla deportazione. La miniserie “Morbo K”, trasmessa da Rai 1 in due serate, ha riportato alla luce questa pagina di resistenza silenziosa, ambientandola principalmente tra le mura dell’ospedale Fatebenefratelli sull’isola Tiberina. La finzione, che dà il Titolo alla produzione, fu quella di diagnosticare una malattia infettiva e fortemente contagiosa, il “morbo K” appunto, a molti ebrei che cercavano rifugio, rendendoli così, agli occhi delle autorità tedesche, dei pazienti intrasportabili e troppo pericolosi da prelevare. Un espediente che, seppur non documentato in ogni suo passaggio dagli archivi storici e oggetto di diverse interpretazioni, rappresenta un esempio di come il coraggio civile abbia trovato forme ingegnose di opposizione anche nell’inferno della Shoah.

Il contesto del rastrellamento e il ricatto dell'oro

La vicenda, come narrata dalla serie, si colloca nel periodo immediatamente successivo al tragico rastrellamento del ghetto di Roma, avvenuto il 16 ottobre, quando oltre mille persone furono catturate e avviate verso i campi di sterminio. Pochi giorni prima, come è noto, il capitano delle SS Herbert Kappler aveva imposto alla comunità ebraica romana la consegna di cinquanta chili d’oro, un ricatto efferato che precedette la violenza fisica. È in questo clima di terrore e di caccia all’uomo che la storia del Morbo K prende, mostrando come all’interno di un’istituzione sanitaria si sia potuta organizzare una forma di protezione, seppur temporanea e rischiosissima, per coloro che bussavano alle porte cercando scampo.

Le reazioni del pubblico e il dibattito sulla ricostruzione

La trasmissione della miniserie, avvenuta in prossimità del Giorno della Memoria, ha sollevato un dibattito tra il pubblico e tra gli osservatori, dividendo in parte le opinioni. Se da un lato sono stati riconosciuti gli sforzi produttivi e sono stati apprezzati alcuni interpreti, come l’attore Giacomo Giorgio, dall’altro non sono mancate perplessità riguardo alla costruzione narrativa della trama. Alcuni hanno fatto notare come la scelta di romanzare pesantemente una storia già di per sé potente e significativa abbia portato a un finale giudicato da taluni “discutibile”, rischiando, secondo questa prospettiva, di offuscare la purezza del gesto storico con elementi di finzione spettacolare. La serie, comunque, ha avuto il merito di riaccendere i riflettori su un episodio che, al di là delle licenze narrative, rimane testimonianza di un’umanità tenace.

Il valore della memoria oltre la fiction

Al di là delle critiche alla trasposizione televisiva, ciò che emerge con forza è il significato profondo del motto scelto come sottotitolo, “Chi salva una vita salva il mondo intero”. Quell’invenzione medica, quel “morbo” mai esistito nei libri di patologia, rappresentò un tentativo concreto di vivere quell’ideale in uno dei momenti più bui del Novecento. La vicenda, nella sua essenza, racconta di come la scienza e la coscienza possano talvolta allearsi contro la barbarie, utilizzando persino l’inganno come strumento di salvezza. La memoria di quei giorni, oggi, non si nutre solo dei freddi documenti processuali o delle sentenze emesse decenni dopo, ma anche del ricordo di quei gesti individuali che, nel loro silenzio, hanno scritto pagine di resistenza non armata, spesso dimenticate dai grandi resoconti ma capaci di restituire un volto più complesso alla storia italiana durante l’occupazione.

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