Morbo K, nella fiction il finto morbo che salvò vite, tra la critica del sindaco e l'appuntamento in tv

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La programmazione televisiva di Rai1, in prossimità del Giorno della Memoria, propone domani la seconda e conclusiva puntata della fiction "Morbo K", la quale ripercorre, sebbene con una trama romanzata, un episodio storicamente accertato e avvenuto nell'ottobre del 1943 all'interno del complesso ospedaliero Fatebenefratelli sull'Isola Tiberina. La serie, diretta da Francesco Patierno e interpretata da Giacomo Giorgio nel ruolo di un medico ispirato alla figura del vero Giovanni Borromeo, narra infatti di come la messa in scena di un contagio inesistente, battezzato appunto "morbo K", venne ideata per tentare di sottrarre persone alla deportazione.

Il nodo storico e la polemica politica

Proprio mentre la fiction si appresta a mostrare, nelle scene conclusive, le drammatiche fasi del rastrellamento del ghetto di Roma e la conseguente, rischiosa ispezione delle SS nell'ospedale, il dibattito pubblico è stato investito da una critica pronunciata dal sindaco della capitale. Roberto Gualtieri, intervenendo in un incontro con un sopravvissuto ai campi di sterminio, ha espresso riserve sul racconto proposto dall'opera televisiva, lamentando una presibile rimozione del ruolo attivo dei fascisti italiani in quelle tragiche vicende, sebbene la sceneggiatura si concentri principalmente sulla minaccia rappresentata dalle truppe tedesche comandate da Kappler.

La meccanica narrativa della finzione salvifica

La trama, che si dipana attraverso due serate, illustra con efficacia la genesi di quel piano disperato, nato dall'urgenza di trovare uno scudo contro l'irruzione nazista. L'invenzione di una sindrome contagiosa e letale – i cui sintomi, dalla tosse convulsa alle convulsioni, venivano abilmente simulati dai rifugiati – trasformò una parte dell'ospedale in un luogo apparentemente proibito, scoraggiando, almeno in alcuni casi, i controlli più approfonditi. Una strategia che, pur nella sua precarietà, riuscì a sfruttare la paura del contagio come un'inusitata forma di protezione, inserendosi in quel variegato mosaico di atti di resistenza civile che costellano la storia dell'occupazione.

Tra memoria e rappresentazione

L'uscita del film tv, quindi, si colloca in un contesto dove la narrazione storica e le sue modalità di rappresentazione mediatica sono costantemente sottoposte a scrutinio, dimostrando quanto sia complesso il passaggio dalla ricostruzione dei fatti alla loro trasposizione drammaturgica. L'opera, al di là delle polemiche sollevate, ha il merito di riportare l'attenzione su un capitolo specifico e meno noto, in cui la coraggiosa inventiva di alcuni si oppose alla macchina della persecuzione, mentre fuori dalle mura dell'ospedale la Storia, con la sua celerità brutale, procedeva inesorabile verso uno degli episodi più cupi della vita della città.

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