"Morbo K", la fiction Rai che racconta la storia dimenticata dei medici che salvarono gli ebrei

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   In una Roma stretta nella morsa dell'occupazione nazista, quando il rastrellamento del Ghetto diventava una minaccia concreta, un gruppo di medici concepì un ingegnoso stratagemma sanitario. Ispirandosi a una vicenda realmente accaduta ma a lungo rimasta nell'ombra, la miniserie "Morbo K. Chi salva una vita, salva il mondo intero" sarà trasmessa da Rai1 il 27 e 28 gennaio, in occasione delle celebrazioni per la Giornata della Memoria. La trama, affidata alla regia di Francesco Patierno, ruota intorno alla figura del professore a capo dell'équipe del Fatebenefratelli – interpretato da Vincenzo Ferrara – e del suo assistente, impersonato da Giacomo Giorgio, i quali, per sottrarre un gruppo di ebrei alla deportazione, ne simulano il ricovero dichiarandoli affetti da un virus inventato, il letale e contagiosissimo "Morbo K". Quel piano, basato su una diagnosi fittizia che sfruttava la paura del contagio per tenere lontane le SS, permise di nascondere numerose persone all'interno di un reparto di isolamento, salvandole da un destino tragico.

Il riferimento storico e la figura del "Giusto"

La narrazione, seppur romanzata, si rifà all'operato del professor Giovanni Borromeo, primario dell'ospedale Fatebenefratelli sull'Isola Tiberina dal 1943, al quale, nel 2005, è stato riconosciuto il Titolo di "Giusto tra le Nazioni" per aver salvato decine di ebrei proprio con questo espediente. La Rai, dedicando la fiction a questa storia, intende quindi onorare non solo la memoria della Shoah ma anche il coraggio di coloro che, in silenzio, si opposero alla barbarie. Patierno, nel presentare l'opera, ha sottolineato come il "morbo K", il cui nome alludeva ironicamente e pericolosamente al tenente colonnello delle SS Herbert Kappler, responsabile della retata, rappresenti un potente simbolo di resistenza umana e intellettuale. «Il morbo K ci salverà dall’antisemitismo», ha affermato il regista, evidenziando il valore della memoria come antidoto all'odio.

Una produzione che solleva interrogativi

La scelta di concentrare la storia sull'astuzia dei medici e sulla persecuzione nazista, tuttavia, ha portato alla luce una significativa assenza nella sceneggiatura: quella dei fascisti italiani. La ricostruzione del rastrellamento, sebbene accurata nel descrivere il terrore e la macchina repressiva tedesca, sembra così operare una separazione netta tra gli occupanti e il contesto locale in cui agivano. Questo approccio narrativo, che evita di pronunciare esplicitamente la parola "antifascista", offre un racconto di salvezza individuale ed eroica mentre lascia sullo sfondo le complesse responsabilità e complicità del regime di allora. La fiction, coprodotta da Rai Fiction, Fabula Pictures e Rai Com, si propone dunque come un racconto di coraggio ma anche, inevitabilmente, come un prodotto che stimola una riflessione più ampia su come la televisione pubblica scelga di rappresentare i capitoli più bui della storia nazionale.

Il valore della memoria tra verità e narrazione

La trasmissione della miniserie in prima serata, e la sua disponibilità in boxset su Rai Play, segna un momento importante nella divulgazione di una pagina di storia poco conosciuta, restituendo visibilità a un atto di resistenza non violenta che ha sfruttato l'ingegno contro la violenza. La vicenda del "Morbo K", nel suo intreccio tra verità storica e finzione narrativa, dimostra come la memoria non sia un monolite ma un terreno da coltivare con attenzione, dove i dettagli omessi possono a volte parlare tanto quanto quelli raccontati. Concentrandosi sui fatti accertati e sul meccanismo di salvataggio, l'opera lascia allo spettatore il compito di interrogarsi sulle dinamiche più ampie di quel periodo, dimostrando che anche una malattia immaginaria può diventare un potente strumento per raccontare, e forse comprendere, l'assurdità e l'orrore della guerra.

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