Antonello Fassari, l'ultimo saluto in tv con "Morbo K"

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La prima serata della miniserie "Morbo K – Chi salva una vita, salva il mondo intero" ha portato in video, non senza un velo di commozione per il cast coinvolto, l’ultimo lavoro di Antonello Fassari, scomparso pochi mesi fa. L'attore, che nel racconto interpreta il nonno Moisè, figura cardine della famiglia Calò, ha lasciato così la sua eredità artistica all'interno di una produzione che rievoca uno dei capitoli più tragici dell'occupazione nazista a Roma: il rastrellamento del Ghetto del 16 ottobre 1943. La trasmissione, andata in onda su Rai Uno, è stata seguita da oltre due milioni e mezzo di spettatori, un dato che corrisponde a una fetta pari al 15.6% dell'audience totale disponibile in quel momento. Un ricordo toccante, quello di Fassari, che i colleghi hanno custodito fino a questa uscita pubblica, come dimostrano le parole affettuose di Giacomo Giorgio, il quale non ha esitato a definirlo "splendido attore".

La conclusione della serie e la storia vera

Stasera la fiction, diretta da Francesco Patierno, giunge al suo epilogo, proponendo i due episodi finali di una narrazione che ha suscitato diverse reazioni per il suo approccio a eventi storici complessi. La trama, che si sviluppa attorno a un espediente sanitario ideato per sottrarre delle persone alla deportazione – il finto morbo K, appunto – porta sullo schermo una vicenda realmente accaduta all'interno dell'ospedale Fatebenefratelli, dove il coraggio di alcuni si tradusse in un atto di ingegnosa resistenza. La serie, trasmessa in due puntate nelle serate del 27 e del 28 gennaio, non si limita a mostrare la tragedia, ma indaga soprattutto il meccanismo della finzione utilizzata come scudo, in un periodo in cui la paura costituiva l'orizzonte quotidiano per molti.

L'impegno del cast nel racconto

Dharma Mangia Woods, protagonista nel ruolo di Silvia Calò, ha spiegato di aver riversato tutta se stessa in quella parte, manifestando un coinvolgimento profondo per una storia che considera capace di parlare anche al presente con un messaggio di forza e determinazione. L'attrice, interrogata sulle caratteristiche del personaggio, ha usato termini come "femminista" e "rivoluzionaria", ammettendo comunque di "provarci" a incarnare tali ideali attraverso la recitazione. Il suo lavoro, come quello degli altri interpreti tra cui Vincenzo Ferrera, contribuisce a dare a una ricostruzione che cerca di bilanciare il rigore della memoria storica con le esigenze narrative di una produzione televisiva di ampio respiro, pur senza nascondere le difficoltà nel raggiungere tutti i telespettatori attesi.

Il valore della memoria tra finzione e realtà

La scelta di dedicare una miniserie a questa pagina poco conosciuta del 1943 romano rappresenta un tentativo di riportare alla luce un frammento di storia in cui l'astuzia umana seppe opporsi alla barbarie. La narrazione, muovendosi tra le strade di una Roma oppressa, mostra come la finzione, in quel contesto specifico, sia stata elevata a strumento di salvezza, dimostrando che, persino nelle ore più cupe, qualcuno trovò la forza di opporsi al destino che sembrava scritto. La fiction, dunque, al di là dei numeri di ascolto – alcuni dei quali sono stati considerati inferiori alle previsioni – assume il ruolo di testimone, fissando nella cultura popolare il ricordo di un atto di resistenza civile che meritava di essere raccontato.

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