Morbo K, la fiction Rai che racconta la beffa medica per salvare gli ebrei

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Nella ricorrenza del Giorno della Memoria, Rai 1 propone una miniserie che attinge a una vicenda storica, per molti versi sorprendente, accaduta nell'Roma occupata dai nazisti. "Morbo K - Chi salva una vita salva il mondo intero", in onda nelle serate del 27 e 28 gennaio, si basa infatti su un episodio reale di resistenza non violenta, architettato all'interno dell'ospedale Fatebenefratelli situato nell'Isola Tiberina. La trama si sviluppa a partire dall'autunno del 1943, subito dopo il noto ricatto delle SS, che pretesero dalla popolazione ebraica romana cinquanta chili d'oro per evitare, almeno temporaneamente, le deportazioni. È in quel clima di terrore e incertezza che prese forma un piano ingegnoso, finalizzato a proteggere quanti più perseguitati possibile.

La genesi della malattia immaginaria

Al centro della narrazione, come nella realtà dei fatti, si trovano due figure di spicco: il primario Giovanni Borromeo e il religioso Giovanni Battista Montini, all'epoca un alto prelato in Vaticano e destinato a diventare papa con il nome di Paolo VI. I due, legati da amicizia e da una comune tensione morale, concepirono una vera e propria beffa ai danni delle autorità di occupazione. Borromeo, sfruttando la sua posizione e l'autorità scientifica, ideò infatti una malattia infettiva inesistente, battezzandola con il nome di "Morbo K". La "K" stava a indicare, in una provocazione velata ma significativa, il comandante delle SS Herbert Kappler e il feldmaresciallo Albert Kesselring, rendendo così quel morbo fittizio una sorta di simbolo della ferocia nazista.

Il meccanismo di un salvataggio collettivo

La genialità del tentativo risiedeva nella sua semplicità operativa. A quanti, ebrei, antifascisti o ricercati, riuscivano a rifugiarsi nella struttura, veniva diagnosticato il pericoloso morbo, contagioso e potenzialmente letale. Le cartelle cliniche, compilate con scrupolo, e l'isolamento dei "pazienti" in reparti speciali servivano a scoraggiare qualsiasi controllo da parte dei militari tedeschi, intimoriti dal contagio. Si trattava, in sostanza, di uno scudo sanitario costruito sulla paura e sulla presunta competenza medica, che permise di mettere in salvo decine di persone, sottraendole ai rastrellamenti che già stavano segnando tragicamente la città. L'operazione, stando alle ricostruzioni storiche, poté contare anche su una tacita approvazione delle più alte sfere vaticane, all'epoca guidate da Pio XII.

Dalla storia allo schermo, un racconto per non dimenticare

La fiction, che vede tra i suoi interpreti principali Giacomo Giorgio e Vincenzo Ferrera, con la partecipazione di Antonello Fassari, rielabora liberamente questi eventi per il mezzo televisivo, concentrandosi sulle dinamiche umane e sul rischio estremo corso dai protagonisti. Senza bisogno di aggiungere fiction a una storia già di per sé straordinaria, la serie intende illuminare una forma di resistenza civile basata sull'intelligenza e sulla compassione, mostrando come, anche in uno dei periodi più bui, l'astuzia e il coraggio siano state armi non violente ma efficaci. La messa in onda in due prime serate consecutive vuole essere un contributo narrativo alla Memoria, ricordando come la salvezza passò anche attraverso la finzione di un'epidemia, architettata tra le mura di un ospedale.

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