Sean Penn, il terzo Oscar e la scelta dell’Ucraina: niente notte degli attori, l’attore era a Kyiv da Zelensky

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La notte del Dolby Theatre, quella in cui Hollywood celebra sé stessa distribuendo le sue statuette più ambite, ha avuto un'assenza che, per una volta, ha parlato più di qualsiasi discorso di ringraziamento. Quando Kieran Culkin, vincitore dell’anno precedente, ha aperto la busta per il miglior attore non protagonista, il nome era quello di Sean Penn per la sua interpretazione in Una battaglia dopo l'altra di Paul Thomas Anderson. Ma Penn, come ha sottolineato Culkin con una punta di ironia, “non poteva essere qui stasera, oppure non voleva”. E in effetti non poteva, perché l’attore, che con questa vittoria è entrato nel ristretto club dei tre Oscar, si trovava a migliaia di chilometri di distanza, a Kyiv, per incontrare Volodymyr Zelensky. Una scelta che trasforma un premio in una dichiarazione politica, spostando il baricentro della cronaca dal red carpet al fronte orientale.

Una assenza che diventa gesto politico e personale

Non è la prima volta, va detto, che Penn salta una cerimonia: era già successo nel 1996, nel 2000 e nel 2002, quando era nominato ma non vinse, mentre aveva sempre partecipato quando si trattò di ritirare le statuette per Mystic River e per Milk. Stavolta, però, la motivazione è radicalmente diversa e affonda le radici in un impegno che l’attore porta avanti ormai da anni. Una fonte dell’amministrazione ucraina ha confermato all’AFP che Penn si trova nel paese per una visita privata, spinto dalla necessità di esserci, di sostenere con la propria presenza una nazione che dal 2022 resiste all’invasione russa. E il presidente Zelensky, sui suoi canali social, ha pubblicato una foto dell’incontro definendo Penn “un vero amico dell’Ucraina”, ricordando come l’attore sia accanto al paese fin dal primo giorno dell’invasione su vasta scala.

Il filo rosso che lega l’attore alla resistenza ucraina

Il legame tra Sean Penn e l’Ucraina non è un fatto dell’ultima ora, e forse è proprio questa continuità a rendere la sua assenza agli Oscar meno sorprendente e più coerente. Già nel 2022, mentre le truppe russe avanzavano, Penn era a Kyiv per girare Superpower, un documentario che segue la trasformazione di Zelensky da comico a leader di guerra, presentato poi al Festival di Berlino. In quell’occasione, l’attore compì un gesto dal forte valore simbolico: consegnò una delle sue due statuette dell’Oscar al presidente ucraino, dicendo che sarebbe rimasta lì come pegno fino alla vittoria. E nei mesi successivi, in interviste rilasciate a varie testate, arrivò a ipotizzare di fondere le sue due statuette – quelle vere – per trasformarle in munizioni destinate all’esercito ucraino, un’iperbole che fotografa l’intensità del suo coinvolgimento. L’incontro di questi giorni, con la terza statuetta vinta ma non ritirata, si inserisce dunque in un percorso di attivismo che pochi altri a Hollywood hanno seguito con altrettanta determinazione.

L’ombra dell’Academy e il significato di una premiazione politica

Che questa edizione degli Oscar fosse segnata dalla politica, del resto, lo dicevano i fatti ancor prima che Penn decidesse di disertare. Una battaglia dopo l'altra, il film di Paul Thomas Anderson che ha trionfato con sei statuette, è di per sé un’opera profondamente politica, e l’Academy premiandola ha fatto una scelta di campo. Ma c’è un altro elemento, più sottile e forse più spinoso, che aleggia sulla notte: il mancato invito a Zelensky da parte dell’organizzazione, un fatto che Penn aveva pubblicamente definito con parole pesanti, parlando di scelta “vergognosa” e aggiungendo dettagli su come, a suo avviso, la presenza del leader ucraino avrebbe cambiato il clima della serata. La sua assenza fisica, in questo quadro, diventa quasi una presenza politica, un che manca per ricordare che altrove, a est, si combatte una guerra di cui Hollywood continua a parlare ma che forse fatica a rendere davvero presente. La notte degli Oscar, così, ha celebrato un vincitore che non c’era, lasciando sul palco il suo premio e, idealmente, portando quello stesso palco a Kyiv, nell’incontro tra un attore e un presidente.

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