Sean Penn non ritira l’Oscar, l’attore è in Ucraina da Zelensky: la scelta e il boicottaggio della cerimonia

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La notte degli Oscar, quella celebrata al Dolby Theatre di Los Angeles per la novantottesima edizione, ha regalato al cinema Una battaglia dopo l’altra un trionfo che difficilmente verrà dimenticato, e non soltanto per le sei statuette vinte, tra cui quelle per il miglior film e per la regia di Paul Thomas Anderson. Il momento destinato a rimanere negli annali, infatti, è stato un altro, ed è coinciso con l’annuncio del premio come miglior attore non protagonista. Quando Kieran Culkin, sul palco, ha aperto la busta rivelando il nome di Sean Penn, lo ha fatto con una frase che sapeva già di resoconto e di ironico epitaffio: “Sean Penn non ha potuto essere qui stasera – o forse non ha voluto – quindi ritirerò il premio a suo nome”. Con quella alzata di spalle, e con la statuetta ritirata per procura, si è materializzata l’assenza più ingombrante della serata, un’assenza che sapeva di scelta politica e di presa di distanza fisica da quel meccanismo hollywoodiano che pure lo aveva appena celebrato per la terza volta.

Ma dov’era finito Sean Penn, mentre Kieran Culkin stringeva tra le mani il suo Oscar? La risposta, nelle ore successive alla cerimonia, ha iniziato a prendere forma dalle agenzie di stampa internazionali, dipanando un mistero che per qualche ora aveva tenuto banco al pari delle performance sul red carpet. L’attore, che nel film interpreta un ambiguo e reazionario colonnello di nome Stephen Lockjaw, non stava semplicemente disertando per un moto di insofferenza verso l’Academy, sebbene quella insofferenza abbia radici profonde e documentate. Penn, secondo quanto riportato dal New York Times e successivamente confermato da un alto funzionario ucraino all’Agence France-Presse, si trovava in Ucraina. Una scelta, quella di varcare i confini di un paese in guerra, che rappresenta la logica continuazione di un impegno personale e politico che l’attore porta avanti ormai da anni, e che in questa occasione ha evidentemente pesato più del richiamo delle luci della ribalta.

La rotta per Kiev e il peso di un impegno che precede Hollywood

Non è la prima volta, del resto, che Sean Penn trasforma la sua arte in un grimaldello per aprire discorsi ben più complessi, né è la prima volta che salta una cerimonia di premiazione. La sua assenza agli Oscar, va detto, era stata ampiamente preannunciata da un comportamento che lungo tutta la stagione dei premi aveva già mostrato crepe e discontinuità: aveva già dato forfait ai premi Bafta e agli Actor Awards, pur risultando vincitore in entrambe le occasioni. E il suo attivismo, in questo senso, è sempre stato vissuto in maniera viscerale, al punto che nel 2022, durante una delle sue visite a Kiev, consegnò una delle sue precedenti statuette al presidente Volodymyr Zelensky, definendola “una sciocchezza simbolica” ma utile per dargli forza nella lotta. Non solo: in un’intervista a Variety l’attore aveva persino ipotizzato di fondere i due Oscar vinti in passato per trasformarli in munizioni destinate all’esercito ucraino, una provocazione che già allora aveva fatto il giro del mondo e che testimonia la radicalità del suo pensiero.

La conferma della sua presenza in Ucraina, peraltro, non è arrivata con i crismi dell’ufficialità, ma attraverso i canali tipici di chi si muove in zone di conflitto. Il funzionario ucraino, parlando con l’AFP, ha spiegato che l’attore era in visita privata, animato dalla volontà di testimoniare il suo sostegno a un paese martoriato dall’invasione russa. E c’è di più: secondo alcune fonti, l’incontro con il presidente Zelensky, con il quale Penn ha stretto un legame personale durante la realizzazione di un documentario che lo ritraeva, era in programma proprio per la giornata successiva alla cerimonia, se non per la serata stessa. Un tempismo, questo, che rende l’assenza ai Dolby Theatre non solo una scelta, ma una dichiarazione d’intenti inequivocabile: c’è una guerra in corso, e per Sean Penn stare a Kiev ha un significato più profondo che passeggiare sul tappeto rosso di Los Angeles.

Il rancore verso l’Academy e quei precedenti illustri di rifiuto

Se da un lato l’impegno in Ucraina giustifica l’assenza fisica, dall’altro non si può comprendere appieno la nonchalance con cui Penn ha gestito la faccenda senza considerare il suo rapporto conflittuale, per usare un eufemismo, con l’Academy. La sua carriera è costellata di frecciate e di aperte critiche verso l’istituzione, e la stessa battuta di Culkin (“o forse non ha voluto”) suona come un ammiccamento a un carattere notoriamente ribelle e imprevedibile. Basti ricordare il discorso per Milk, quando dal palco si rivolse a coloro che avevano votato contro i matrimoni gay, augurando loro una vecchiaia piena di vergogna davanti ai nipoti. O, ancora, la celebre uscita quando presentò il premio per il miglior film a Birdman, chiedendosi retoricamente chi avesse concesso la green card al regista Alejandro González Iñárritu, messicano, in un misto di provocazione e ironia che solo lui sa dosare.

E in questo, Sean Penn non è certo il primo a voltare le spalle alla statuetta più ambita del mondo. La storia degli Oscar è piena di illustri assenti e di veri e propri rifiuti, gesti che hanno segnato la memoria collettiva ben più di tanti ringraziamenti scontati. Negli anni Settanta, George C. Scott rifiutò il premio come miglior attore per Patton, definendo la cerimonia una “parata di carne” di due ore. Ma il precedente più celebre resta quello di Marlon Brando nel 1973, che vinse per Il padrino e mandò sul palco l’attivista nativa americana Sacheen Littlefeather a leggere un discorso di denuncia contro il trattamento dei nativi da parte dell’industria cinematografica. Un gesto che costò a Littlefeather fischi e ostracismo, ma che aprì una breccia nel muro dell’autocompiacimento hollywoodiano.

C’è poi la categoria di chi, come Katharine Hepburn o Woody Allen, semplicemente non ha mai dato peso al meccanismo dei premi: la Hepburn, che detiene il record di quattro Oscar come attrice protagonista, non ne ritirò mai nessuno. E oggi Sean Penn, forte di un terzo Oscar che lo pone nella ristretta cerchia dei tre volte vincitori insieme a nomi come Daniel Day-Lewis e Jack Nicholson, sembra voler scrivere il suo nome in questa galleria di anticonformisti. La sua assenza, insomma, non è stata un incidente di percorso, ma un gesto politico e personale compiuto in piena coscienza: un modo per dire che lì, in Ucraina, c’è una battaglia che merita più attenzione di qualsiasi applauso.

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