Vittorio Sgarbi assolto per il quadro di Manetti: il tribunale di Reggio Emilia lo scagiona dall’accusa di riciclaggio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il giudice per l’udienza preliminare di Reggio Emilia ha emesso una sentenza di assoluzione nei confronti di Vittorio Sgarbi, critico d’arte e già sottosegretario alla Cultura, che era imputato nel procedimento penale relativo al dipinto “La cattura di San Pietro”, opera attribuita al pittore senese del Seicento Rutilio Manetti. La decisione del magistrato, davanti al quale si è celebrato il rito abbreviato, ha sancito che “il fatto non costituisce reato”, una formula, quella utilizzata, che nella sostanza richiama il vecchio istituto dell’insufficienza di prove e che ha definitivamente chiuso un capitolo giudiziario apertosi diversi anni fa a seguito di un’inchiesta giornalistica. La Procura reggiana, diretta dal procuratore Gaetano Calogero Paci, aveva invece richiesto per Sgarbi una condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione, una richiesta, va detto, che partiva dal presupposto della piena colpevolezza dell’imputato in merito alla presunta ricettazione o comunque al presunto reimpiego di un bene di provenienza illecita.

L’origine delle indagini e il passaggio di competenza da Macerata a Reggio Emilia

Il fascicolo d’inchiesta, va ricordato, ebbe una genesi complessa dal punto di vista territoriale, prendendo le mosse inizialmente dalla procura di Macerata, competente per il domicilio di Sgarbi, che si trova a San Severino Marche, comune di cui egli stesso fu primo cittadino, per poi essere trasmesso e ricadere sotto la competenza dell’ufficio giudiziario emiliano. Questo passaggio di consegne tra procure fu determinato, secondo quanto ricostruito, dalle dichiarazioni di un pittore reggiano, Lino Frongia, il quale riferì agli investigatori, e successivamente anche alle telecamere della trasmissione Report e alle colonne del Fatto Quotidiano, di avere materialmente eseguito un intervento sul dipinto, nello specifico l’aggiunta di una piccola fiammella, e di averlo fatto su incarico dello stesso Sgarbi. Furono proprio quegli articoli e quei servizi giornalistici, come emerso nel corso delle udienze, a fornire la scintilla iniziale da cui partirono poi gli accertamenti dei carabinieri del Comando per la Tutela del Patrimonio Culturale di Roma, i quali svilupparono le indagini sul campo.

La ricostruzione del furto del 2013 e la riapparizione dell’opera a Lucca

Il nucleo centrale dell’accusa, che ora viene meno con questa assoluzione, ruotava attorno alla presunta identità tra il dipinto esposto a Lucca nel 2021 e quello rubato, secondo la denuncia, nel febbraio del 2013 dal castello di Buriasco, in provincia di Torino. La tela sottratta, che si trovava in quella dimora, sarebbe stata fatta oggetto, sempre secondo l’ipotesi accusatoria, di un intervento di riproduzione tridimensionale realizzato da un laboratorio grafico di Correggio, centro in provincia di Reggio Emilia, per poi riapparire, con l’aggiunta di quella fiammella che ne modificava parzialmente l’iconografia, nella mostra “I pittori della luce” allestita nel complesso di San Francesco a Lucca. In quella sede, l’opera venne presentata come un inedito del Manetti, di proprietà di Sgarbi che tra l’altro era il curatore della rassegna espositiva, suscitando le perplessità di alcuni osservatori e, di lì a poco, l’attenzione della magistratura.

Le accuse cadute e la posizione dei difensori dopo la sentenza

Va sottolineato che l’assoluzione pronunciata dal gup di Reggio Emilia riguarda l’unico capo d’imputazione rimasto in capo a Sgarbi, ossia il riciclaggio, dal momento che altre due ipotesi di reato, vale a dire la contraffazione di beni culturali e l’autoriciclaggio dei medesimi beni, erano già state archiviate in fase precedente all’esito delle indagini preliminari. I legali che hanno curato la difesa del critico d’arte, gli avvocati Alfonso Furgiuele e Giampaolo Cicconi, hanno commentato il verdetto sottolineando come questo dimostri, a loro avviso, l’esistenza di una “macchina del fango” mediatica capace di provocare danni morali e materiali a un cittadino poi rivelatosi innocente, con riferimento alla copertura riservata al caso da alcuni organi di informazione. L’intera vicenda, d’altronde, era stata caratterizzata da un forte clamore mediatico, amplificato anche dalla personalità dell’imputato e dal valore artistico dell’opera contesa, un dipinto seicentesco la cui attribuzione e la cui stessa storia collezionistica sono state oggetto di perizie e controperizie nel corso del procedimento, senza che sia stato possibile, evidentemente per il giudice, raggiungere la prova certa della fondatezza dell’accusa.

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