Vittorio Sgarbi assolto per il caso del quadro di Rutilio Manetti: il gup di Reggio Emilia proscioglie il critico dall’accusa di riciclaggio
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Redazione Interno
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Il giudice dell’udienza preliminare di Reggio Emilia ha emesso una sentenza di assoluzione nei confronti di Vittorio Sgarbi, chiamato a rispondere dell’ipotesi di reato di riciclaggio in relazione al dipinto seicentesco attribuito a Rutilio Manetti, La cattura di San Pietro. Il processo, celebrato con rito abbreviato, si è concluso lunedì con una formula che richiama il vecchio codice, quella dell’insufficienza di prove, laddove la Procura, retta dal procuratore Gaetano Calogero Paci, aveva invece sollecitato una condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione. Il collegio difensivo, composto dagli avvocati Alfonso Furgiuele e Giampaolo Cicconi, ha visto dunque accogliere la tesi contraria all’impianto accusatorio, che aveva portato il critico d’arte davanti al magistrato dopo un lungo iter investigativo.
La complessa vicenda giudiziaria affonda le sue radici in un furto consumato nel febbraio del 2013 tra le mura del castello di Buriasco, in provincia di Torino, dove l’opera era custodita. A distanza di circa otto anni, un quadro molto simile, presentato come un inedito del Manetti e di proprietà di Sgarbi, era stato esposto a Lucca nell’ambito della mostra I pittori della luce, curata proprio dal critico. La riemersione della tela, secondo la ricostruzione degli inquirenti, presentava un dettaglio differente rispetto a quella sottratta: la presenza di una fiammella aggiunta sul fondo, un elemento che divenne centrale nelle indagini e che portò i carabinieri del Nucleo tutela patrimonio culturale di Roma a sentire diverse persone, tra cui un pittore reggiano, Lino Frongia. Fu quest’ultimo, con dichiarazioni rese agli investigatori e riprese anche da trasmissioni televisive come Report, a riferire di aver eseguito quell’intervento pittorico su incarico dello stesso Sgarbi, un’affermazione che ha costituito uno dei pilastri dell’ipotesi accusatoria -2-4.
Il lungo iter giudiziario tra perizie e contestazioni cadute
L’inchiesta, nel suo sviluppo, aveva conosciuto diverse sedi territoriali, partendo da Macerata, dove Sgarbi risiede a San Severino Marche, per poi essere trasmessa a Reggio Emilia. Il fascicolo originario conteneva ipotesi di reato più ampie, che includevano la contraffazione di beni culturali e l’autoriciclaggio, capi d’accusa che erano stati tuttavia archiviati già nella fase delle indagini preliminari, restringendo il campo d’azione del processo al solo riciclaggio. I carabinieri specializzati, nel corso delle loro ricerche, avevano inoltre ricostruito il presunto percorso del dipinto, ipotizzando che fosse stata realizzata una riproduzione in tre dimensioni da un laboratorio grafico di Correggio, nel Reggiano, un passaggio che avrebbe dovuto supportare la tesi della modificazione e della successiva reintroduzione dell’opera nel mercato -1-10.
La decisione del giudice di Reggio Emilia, che ha scelto di non aderire alla richiesta del pm Paci, arriva al termine di un dibattimento che ha visto il critico d’arte mantenere una linea difensiva costante, basata sulla distinzione tra la tela rubata in Piemonte e quella in suo possesso. Una differenza che Sgarbi ha sempre ricondotto a una provenienza diversa, ovvero il rinvenimento dell’opera durante i lavori di restauro nella villa di campagna della madre, a Viterbo, escludendo quindi qualsiasi nesso con il furto del castello di Buriasco. I legali, appresa la sentenza, hanno parlato di una «macchina del fango attivata con gli strumenti mediatici», sottolineando come l’assoluzione per il fatto che non costituisce reato arrivi dopo anni di esposizione pubblica e di danni reputazionali, definiti difficilmente riparabili per un cittadino ritenuto alla fine innocente dall’autorità giudiziaria -3-6.
Le reazioni difensive e la posizione dei legali sull’esposto mediatico
«Dopo un giudizio regolare, innanzi agli organi giudiziari, il professor Vittorio Sgarbi è stato assolto perché il fatto non costituisce reato anche dall’imputazione residua», hanno dichiarato i difensori Furgiuele e Cicconi, evidenziando come l’intera costruzione accusatoria fosse progressivamente crollata, a partire dalla caduta delle due imputazioni precedenti. L’attenzione, nel commento dei legali, si è spostata inevitabilmente sul ruolo giocato da alcune inchieste giornalistiche, quelle del Fatto Quotidiano e di Report in primis, che avevano dato ampio risalto alle dichiarazioni del pittore Frongia e alle anomalie riscontrate dagli inquirenti, contribuendo a creare, a loro dire, un clima di pregiudizio attorno alla figura del critico d’arte -5-9.
La sentenza di assoluzione, arrivata dopo che la Procura aveva insistito per una pena detentiva consistente, chiude quindi il capitolo giudiziario per Sgarbi in relazione a questa specifica vicenda. Le motivazioni del giudice, depositate nei termini di legge, chiariranno il percorso logico che ha portato a ritenere insufficienti gli elementi a carico, nonostante la richiesta di condanna e le risultanze investigative dei carabinieri del Tpc. Per Sgarbi, che ha sempre respinto le contestazioni, l’epilogo processuale rappresenta un punto fermo dopo anni di polemiche e di battaglie legali, incentrate sulla proprietà e sull’autenticità di un dipinto seicentesco conteso tra cronaca nera e storia dell’arte.




