Jason Momoa e l’ibrido impossibile: cosi le sue Harley anni Venti sfidano il futuro

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Redazione Scienza e Tecnologia Redazione Scienza e Tecnologia   -   C’è un’operazione che sta facendo storcere il naso ai puristi del pistone, e a pensarci bene non potrebbe essere altrimenti: Jason Momoa, l’attore che ha fatto del fisico possente e delle due ruote un marchio di fabbrica, ha deciso di mettere mano – anzi, le mani – su tre esemplari di Harley-Davidson che avevano già varcato la soglia del secolo di vita.

L’obiettivo dichiarato, se così si può chiamare, era duplice: da un lato preservare l’anima di quei bolidi ruggenti, dall’altro trovare un escamotage per renderli utilizzabili senza incappare nelle maglie sempre più strette delle normative antinquinamento, che colpiscono senza remissione anche i mezzi storici. La soluzione, in un paradosso che sa quasi di provocazione, arriva dall’elettrico.

L’ibrido che non ti aspetti: motore nel mozzo e batterie nascoste

Non si tratta, come qualcuno potrebbe affrettarsi a pensare, di una conversione integrale e definitiva; sarebbe stato troppo semplice, e forse anche un po’ blasfemo agli occhi degli appassionati. No, l’attore americano, insieme all’azienda britannica Electrogenic, ha scelto una via più sofisticata e, oserei dire, più rispettosa del passato. Le tre motociclette prese in carico sono una FD del 1921 e due JD – rispettivamente del 1924 e del 1927 – e su di esse gli ingegneri hanno lavorato con un’attenzione quasi maniacale all’estetica originaria.

Il cuore dell’operazione è un motore elettrico fornito da Maeving, installato direttamente nel mozzo della ruota posteriore; una scelta, quest’ultima, che ha permesso di evitare interventi invasivi sul telaio o sul comparto meccanico originale. Le batterie, un pacco da 2,7 kWh, sono state poi posizionate all’interno delle caratteristiche borse laterali, un accorgimento che ne maschera la presenza e che non deturpa la linea centenaria del modello.

Il risultato è un sistema ibrido plug-in, una vera e propria rarità su vetture di quest’epoca, figuriamoci su due ruote. Il pilota, e qui sta la particolarità più affascinante dell’intero progetto, può scegliere in totale libertà la modalità di guida: un semplice interruttore permette di viaggiare sfruttando esclusivamente la potenza del vecchio motore a benzina (che eroga circa 20 cavalli), di affidarsi al silenzio dell’unità elettrica da 15 cavalli – capace di un picco di coppia di 260 Nm – o di sommare le forze di entrambi i propulsori per avere il massimo della spinta.

Una versatilità che, va detto, rende questi esemplari dei “mostri sacri” a dir poco unici nel loro genere.

Bestemmia o genialata? Il dilemma dei collezionisti

È inevitabile, parlandone, che scoppi la polemica di maniera tra i puristi del marchio di Milwaukee, quelli per cui una Harley deve puzzare di benzina e far tremare i vetri con il suo rombo sordo. Eppure, c’è un dettaglio che forse molti trascurano: su due dei tre modelli il motore originale non è stato rimosso, bensì integrato. L’intervento più radicale, quello sulla FD del 1921, è stato dettato dalla necessità: il vecchio propulsore era ormai irrimediabilmente compromesso, dichiarato irrecuperabile dai tecnici di Electrogenic.

In quel caso specifico, la conversione è stata completa, trasformando la moto in un full electric. Per tutti gli altri, però, si parla di coesistenza, di una convivenza tra due tecnologie distanti cento anni l’una dall’altra che, a conti fatti, funziona.

Oltre al discorso puramente emozionale, ci sono vantaggi pratici non indifferenti. Il sistema elettrico, grazie alla sua coppia immediata, rende superfluo l’uso della pedivella d’avviamento, quella leva che richiedeva una certa forza fisica e che spesso metteva in difficoltà i malcapitati. Non solo: per adeguare la sicurezza agli standard moderni, i freni posteriori sono stati sostituiti con moderni impianti a disco, un intervento che di certo non guasta su mezzi che, nati negli anni Venti, non disponevano nemmeno di un freno anteriore degno di questo nome.

L’autonomia dichiarata, stando ai dati forniti, raggiunge gli 80 chilometri sfruttando esclusivamente l’elettrico, una cifra più che dignitosa per una gita fuori porta o per circolare all’interno dei centri urbani, dove spesso i divieti per i mezzi più inquinanti sono più severi.

Un’operazione da 17.000 euro che fa discutere

Il costo di questa trasformazione, va detto, non è popolare. Parliamo di circa 17.000 euro per il solo intervento di ibridazione, una cifra che si somma ovviamente al valore astronomico dei tre esemplari centenari. Momoa, che ha documentato l’intera operazione nella seconda stagione della sua serie “On The Roam”, non ha certo problemi di budget, ma il suo gesto – al di là della provocazione – apre una finestra interessante sul futuro della mobilità storica.

Se da una parte l’elettrico è visto spesso come il nemico dell’emozione di guida, dall’altra diventa l’unico salvagente per permettere a certi gioielli di continuare a circolare legalmente su strada. I kit sviluppati da Electrogenic, tra l’altro, sono già stati messi in commercio, e chissà che non incontrino il favore di quei collezionisti che non vogliono rinunciare all’estetica del loro gioiello, ma che sono stanchi di guardarlo fermo in garage.

La notizia, inevitabilmente, ha già fatto il giro del mondo degli appassionati, dividendoli come un colpo di scure. C’è chi grida alla profanazione, e chi invece vede in questa operazione un atto di pragmatismo, l’unica strada percorribile per non mettere al bando la storia del motociclismo. Sta di fatto che, per adesso, queste tre Harley continueranno a viaggiare, silenziose quanto si vuole o rumorose a comando, sotto il sole californiano o tra le curve delle colline, dove Momoa ama portarle.

E forse, in un’epoca di transizione ecologica forzata, avere il lusso di poter scegliere da che parte stare – se dal passato o dal futuro – è già una piccola, grande rivoluzione.

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