La querelle sul consenso e il dibattito politico che offusca la sostanza legale

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il confronto parlamentare sul disegno di legge in materia di violenza sessuale si è trasformato, come spesso accade, in una contesa che travalica i confini tecnico-giuridici per assumere i toni di uno scontro ideologico. Le polemiche seguite alla presentazione del testo riformulato, che ha abbandonato l’esplicita definizione di “consenso libero e attuale”, ne sono una chiara dimostrazione. L’accordo che sembrava essere stato raggiunto tra i due principali schieramenti si è infranto contro un muro di reciproche accuse, dove le esigenze di chiarezza e precisione normativa rischiano di essere soffocate da un dibattito che genera più rumore che sostanza, lasciando sullo sfondo la questione centrale: l’efficacia della legge nel tutelare le vittime e nel garantire processi giusti.

La modifica nel merito: dal consenso al dissenso

La proposta, come spiegato dall’avvocatessa Valeria De Vellis, opera in effetti uno slittamento concettuale non irrilevante. Il fulcro della norma non è più l’assenza di un consenso “libero e attuale” ma la presenza di un’azione compiuta “contro la volontà della persona”. Se da un lato, come alcuni giuristi sottolineano, questa formulazione può apparire più aderente al tradizionale impianto del codice penale italiano, che individua la violenza nella coercizione e nella costrizione, dall’altro solleva interrogativi sulla capacità di intercettare tutte quelle situazioni, come il freezing o il cosiddetto “blocco” da panico, in cui la manifestazione di un dissenso attivo ed esplicito non è possibile. Il dibattito, insomma, si è spostato sul terreno della capacità probatoria e della concretezza della tutela processuale, aspetti che avrebbero meritato una discussione più pacata e meno urlata.

Il riflesso della cronaca e l'importanza delle inchieste

La necessità di una legislazione chiara ed efficace emerge con forza anche dai resoconti di cronaca nera, dove le indagini su casi di violenza, condotte con sempre maggiore attenzione alle dinamiche psicologiche della vittima, evidenziano la complessità della materia. Lo sviluppo delle inchieste giudiziarie in diversi procedimenti ha mostrato, negli ultimi anni, come la ricostruzione dei fatti debba spesso fare i conti con traumi che rendono difficile una narrazione lineare degli eventi. Una legge ben scritta, quindi, non può prescindere da queste realtà, offrendo agli inquirenti e ai magistrati uno strumento interpretativo solido, che non costringa a forzature ermeneutiche e che, soprattutto, non ri-traumatizzi chi ha già subito una violenza durante il percorso processuale.

Lo scontro politico che divide oltre il necessario

La reazione a caldo dei partiti ha però polarizzato la discussione in modo quasi irrimediabile. L’appello diretto di Elly Schlein a Giorgia Meloni, accusando la maggioranza di assecondare una linea “patriarcale”, e le contro-accuse di “isterismi” rivolte all’opposizione, descrivono un clima di tensione che poco giova alla qualità del lavoro legislativo. Quello che doveva essere un percorso condiviso, nato da un’intesa di cui si era data ampia notizia, si è interrotto bruscamente, facendo emergere fratture e malumori interni che sembrano avere la priorità rispetto all’obiettivo finale. Il diritto, in questa vicenda, rischia di diventare un campo di battaglia per posizionamenti politici di breve respiro, mentre la questione di fondo attende ancora una risposta adeguata e condivisa, per quanto possibile, dalle diverse forze parlamentari.

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