Milano indaga sui "cecchini del weekend", gli italiani che sparavano a Sarajevo
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Redazione Interno
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La procura di Milano ha aperto un'inchiesta, che si annuncia tanto complessa quanto gravosa, sui presunti "safari della morte" compiuti da cittadini italiani durante il lungo e logorante assedio di Sarajevo, una delle pagine più buie del conflitto bosniaco degli anni Novanta. Secondo le accuse, che riecheggiano racconti sinistri e fino a oggi confinati in alcune narrazioni giornalistiche, alcuni individui avrebbero approfittato del caos bellico per trasformare la tragedia di una città stremata in una macabra opportunità. L'ipotesi, che la magistratura milanese sta ora valutando con la massima attenzione, è che questi cosiddetti "cecchini del weekend" pagassero ingenti somme di denaro, si parla di cifre comprese tra gli ottanta e i centomila euro, per poter colpire a distanza civili inermi, comprese donne e bambini, come se si trattasse di un'attività venatoria.
L'esposto e il ruolo dei servizi
A sollevare il velo su questa storia, che per decenni è sembrata confinata alla sfera delle voci mai verificate, è stato lo scrittore Ezio Gavazzeni, il quale, dopo un'attenta investigazione, ha depositato un esposto in procura. Le sue ricerche, che hanno attinto anche a fonti vicine ai servizi di intelligence dell'epoca, hanno fornito il primo quadro organico di queste operazioni. Da quanto emerge, l'allora Sismi, il servizio segreto militare italiano, sarebbe venuto a conoscenza di quei viaggi dell'orrore che, partendo dal territorio nazionale e in particolare da Trieste, conducevano i partecipanti direttamente nell'inferno sarajevese. Le indagini dei servizi, stando a quanto ricostruito, riuscirono persino a bloccare alcune di queste spedizioni, un dettaglio che conferisce una concretezza inedita a vicende fino a ieri considerate ai limiti della leggenda metropolitana.
Il mistero sulle identità
Ciò che però rimane avvolto in una fitta coltre di mistero, nonostante le rivelazioni sull'intervento del Sismi, sono le identità precise degli italiani coinvolti. Se l'esposto menziona almeno cinque connazionali, le stime non verificate parlano di un numero potenzialmente molto più alto, fino a duecento persone, che avrebbero preso parte a queste azioni. La mancanza di nomi certi, un vuoto che neppure le indagini dei servizi dell'epoca sembrano aver colmato in via definitiva, rappresenta oggi uno degli ostacoli maggiori per gli investigatori. La procura di Milano, che ha iscritto nel registro degli indagati ignoti per il reato di omicidio volontario plurimo aggravato, si trova dunque a dover setacciare un passato lontano e una mole di documenti probabilmente frammentaria, cercando di dare un volto a coloro che, si sospetta, trasformarono la sofferenza di un popolo in un turpe divertimento.
Il contesto della strage
La cornice in cui si inseriscono questi episodi, qualora venissero provati, è quella dell'assedio più lungo della storia moderna, un periodo di quasi quattro anni durante il quale la capitale bosniaca fu stretta in una morsa letale. In quei giorni di fuoco e paura, i civili uccisi furono quasi quattordicimila, un numero spaventoso che include, in una proporzione intollerabile, circa milleseicento minori. L'idea che a questo massacro, già di per sé atroce, abbiano contribuito anche estranei al conflitto, mossi non da ideologie ma da un sadico voyeurismo, aggiunge un ulteriore strato di orrore a una tragedia che il tempo non ha ancora completamente risolto. L'inchiesta milanese, pertanto, non si limita a cercare dei colpevoli, ma tenta di fare luce su una delle possibili, e più aberranti, dinamiche della guerra.




