La Flotilla per Gaza bloccata in acque internazionali: presidio alla Farnesina e detenzione prorogata per due attivisti
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Redazione Interno
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Il rientro in Italia di alcuni dei partecipanti alla missione della Global Sumud Flotilla, diretta verso le coste di Gaza nel tentativo di infrangere il blocco navale imposto da Israele, ha riacceso i riflettori sulla vicenda giudiziaria che vede ancora in stato di fermo due membri dell’organizzazione. Mentre 173 attivisti, scortati dalla guardia costiera greca dopo l’intercettazione in alto mare, sono sbarcati nella zona sud-orientale di Creta per poi essere caricati su quattro autobus diretti verso una destinazione ufficiosamente non specificata, due di loro – Thiago Avila e Saif Abukeshek – hanno seguito un percorso ben diverso, finendo nelle maglie del sistema giudiziario israeliano.
La proroga della custodia e le accuse del tribunale di Ashkelon
Le autorità israeliane, che già nei giorni scorsi avevano giustificato l’operazione di contrasto come necessaria per arginare presunte “attività sospette”, hanno ottenuto dal tribunale di Ashkelon, città costiera nel Sud di Israele, un prolungamento di due giorni della detenzione per i due fermati. In un contesto di accuse pesanti che includono l’assistenza al nemico in tempo di guerra e i contatti con un agente straniero, la corte ha accolto le richieste del pubblico ministero solo in via parziale: i legali di Adalah, l’ong israeliana per i diritti umani che rappresenta i due attivisti, hanno infatti contestato con forza la legittimità dell’intero procedimento, sostenendo che Israele non avrebbe alcuna giurisdizione su cittadini stranieri fermati in acque internazionali. Pur negando ufficialmente qualsiasi forma di abuso, le autorità giudiziarie locali hanno deciso di mantenerli in isolamento ancora per quarantotto ore, mentre sugli sviluppi dell’indagine rimane un alone di fitta riservatezza.
Il presidio davanti alla Farnesina e la questione giuridica della bandiera
Proprio il vuoto giurisdizionale che circonda il fermo – avvenuto a bordo di imbarcazioni su cui sventolava la bandiera italiana – ha alimentato la mobilitazione davanti al ministero degli Esteri a Roma. Una delegazione della Global Sumud Italia ha predisposto un presidio permanente davanti alla Farnesina sin dalle prime ore della mattinata, chiedendo non solo l’immediato rilascio dei fermati, che vengono definiti dagli organizzatori come “prigionieri politici”, ma anche una presa di posizione più netta che vada fino all’interruzione dei rapporti bilaterali con Israele. La questione assume contorni legali complessi se si considera quanto sostenuto dalla stessa organizzazione: il fatto che i due attivisti viaggiassero su natanti battenti bandiera italiana implicherebbe, secondo il diritto del mare, una sorta di “giurisdizione mobile” di Roma sui passeggeri. I rappresentanti della flotilla hanno infatti depositato un esposto urgente presso la Procura di Roma e annunciato azioni giudiziarie anche dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, nella convinzione che vi sia stata una violazione dei doveri di protezione da parte dello Stato di bandiera.
Le testimonianze degli sbarchi e le condizioni di salute
Mentre il fronte diplomatico e giudiziario si muove tra Atene, Tel Aviv e Roma, il racconto dei 173 scortati fino a Creta offre uno spaccato crudo di quanto accaduto durante l’interdizione in alto mare. Fonti vicine agli organizzatori riferiscono che gli attivisti, costretti a rimanere a lungo inginocchiati a prua con le mani legate da fascette, sono stati lasciati alla deriva per alcune ore nonostante il sopraggiungere di una violenta tempesta, secondo quanto denunciato dall’organizzazione. Chi è riuscito a rientrare in Italia, come l’attivista Antonio “Tony” La Piccirella appena atterrato a Fiumicino, parla apertamente di “rapimento” e di una notte di terrore in cui diverse imbarcazioni sono state isolate una dopo l’altra. La sua testimonianza, carica di appelli accorati per la sorte di Thiago e Saif – i quali, secondo quanto filtra dall’aula del tribunale di Ashkelon, avrebbero iniziato uno sciopero della fame per protestare contro le modalità della detenzione – restituisce la dimensione umana di una operazione navale che ha finito per trasformarsi in un vero e proprio caso diplomatico.
Le ripercussioni politiche e la posizione del governo italiano
L’escalation nel Mediterraneo orientale ha inevitabilmente scosso gli equilibri anche all’interno del governo italiano, chiamato a rispondere dell’accaduto mentre all’orizzonte si profilano ricorsi legali che chiamano in causa direttamente le istituzioni di Roma. La premessa della vicenda – l’intercettazione di una ventina di imbarcazioni pro-Palestina al largo di Creta – è stata interpretata da Israele alla stregua di una provocazione legata a doppio filo con le fazioni estremiste della regione, specialmente in un momento in cui l’amministrazione americana guidata da Donald Trump (rieletto ormai da oltre un anno alla Casa Bianca) cerca di consolidare il proprio piano di pace per la Striscia. Se da un lato l’esecutivo italiano ha chiesto ufficialmente che venga rispettato lo stato di diritto e la libertà di navigazione in ambito internazionale, dall’altro la Farnesina si trova ora a dover gestire un vulnus giuridico delicato: l’accusa, formulata dagli attivisti, di non aver fatto abbastanza per proteggere i cittadini fermati illegalmente in alto mare, un’inerzia che – se fosse confermata – costituirebbe una violazione degli obblighi positivi previsti dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.




