La tassa sul fast fashion si rivela un boomerang, secondo gli operatori della logistica
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Redazione Economia
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Quella che doveva essere una barriera a protezione del made in Italy dalle importazioni a basso costo si sta trasformando, a conti fatti, in un regolamento che finisce per colpire proprio il sistema economico nazionale. La tassa di due euro imposta all'inizio dell'anno sui piccoli pacchi di valore inferiore a 150 euro provenienti da Paesi extra Ue, concepita per arginare il fenomeno del fast fashion di origine cinese, ha prodotto l'effetto opposto, come denunciato con toni netti dalla Confederazione Generale Italiana dei Trasporti e della Logistica. Andrea Cappa, direttore generale di Confetra, non usa giri di parole, definendo la misura "un boomerang sotto tutti i punti di vista" e "un flop totale", poiché non ha intaccato i flussi commerciali ma ne ha deviato il percorso, con conseguenze negative per gli operatori del settore.
Un provvedimento isolato e controproducente
La critica principale, oltre all'evidente inefficacia nel ridurre gli acquisti dei consumatori, risiede nella scelta unilaterale dell'Italia di anticipare i tempi rispetto al quadro comunitario. L'Europa, come sottolineato da Valentina Menin, direttore generale di Assaeroporti, si appresta infatti a introdurre una normativa analoga solo a partire dal luglio 2026. Questo anticipo, privo di un coordinamento a livello europeo, ha creato una disparità di trattamento che sposta semplicemente il transito della merce verso altri hub continentali, svuotando gli scali italiani e danneggiando le imprese di logistica che vi operano. La ratio della norma, quindi, sebbene condivisibile nell'intento di contrastare la concorrenza sleale, viene completamente vanificata da un'applicazione solitaria, che trasforma uno strumento di tutela in un autogol per la filiera nazionale.
Le conseguenze sulle rotte commerciali
Il meccanismo è semplice e perverso: l'applicazione della tassa solo in Italia, mentre gli altri Paesi membri attendono l'entrata in vigore del regolamento comunitario, rende meno conveniente per i corrieri internazionali far transitare i pacchi attraverso il territorio nazionale. Di conseguenza, i flussi merci – che non accennano a diminuire in volume – vengono dirottati verso piattaforme logistiche situate in altri Stati dell'Unione, i quali, al momento, non applicano il sovrapprezzo. Questo spostamento, oltre a privare il sistema aeroportuale e logistico italiano di traffico e ricavi, non offre alcun reale vantaggio competitivo alla moda italiana, che si ritrova a subire gli effetti collaterali di una misura mal calibrata. Il danno, insomma, è doppio e colpisce un settore, quello dei trasporti, che è già di per sé strategico e delicato.
La logistica italiana pagherà il conto
Gli allarmi lanciati da Confetra e Assaeroporti delineano uno scenario preoccupante, dove una politica fiscale introdotta con finalità protettive finisce per penalizzare gli attori economici che dovrebbero invece essere tutelati. La mancanza di una visione d'insieme e di una concertazione internazionale ha generato una distorsione del mercato, i cui costi ricadono interamente sulle spalle delle aziende italiane di logistica e sugli scali aeroportuali, senza peraltro scoraggiare il consumo di fast fashion. La vicenda, al di là dei numeri e delle percentuali, rappresenta un caso emblematico di come le buone intenzioni, se non inserite in un contesto armonizzato e condiviso, possano ritorcersi contro gli stessi interessi che si vorrebbero difendere, lasciando inalterato il problema di partenza e creandone di nuovi.




