Tassa sui minipacchi, slittamento al 2027: la misura rischia di essere un boomerang
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
La tassa da due euro sui minipacchi provenienti da piattaforme extra-Ue, introdotta con la legge di Bilancio 2026, potrebbe non vedere mai la luce o, quantomeno, potrebbe farlo con un ritardo tale da vanificarne ogni effetto pratico. A gettare benzina sul fuoco della già tormentata misura sono due emendamenti identici, depositati rispettivamente dalla Lega e da Forza Italia, che propongono uno slittamento dell'entrata in vigore dal primo ottobre 2026 al primo ottobre 2027.
I testi, all'esame della commissione Bilancio della Camera nell'ambito del decreto Infrastrutture e Pnrr, mirano a posticipare ulteriormente l'applicazione del contributo doganale, già oggetto di un rinvio precedente che l'aveva spostata dal 2025 al 2026. Con questo nuovo rinvio, la copertura finanziaria, pari a 183,8 milioni di euro, verrebbe attinta dal Fondo per interventi strutturali di politica economica, una soluzione che solleva più di un dubbio sulla reale volontà del governo di attuare una misura fortemente voluta in fase di approvazione.
Una norma nata per proteggere il mercato e finita nel dimenticatoio
La tassa, che colpisce i pacchi di valore inferiore a 150 euro, era stata concepita come un freno alla crescita incontrollata delle importazioni low-cost dai colossi asiatici dell'e-commerce, in primis Temu e Shein, per tentare di riequilibrare una concorrenza giudicata sleale nei confronti dei rivenditori europei. L'imposta, nella sua formulazione originale, si aggiunge ai dazi doganali già previsti dalla nuova normativa Ue entrata in vigore il primo luglio 2026, che ha abolito la franchigia per i beni sotto i 150 euro introducendo una tariffa fissa di tre euro.
E proprio su questo punto, la sovrapposizione tra il balzello italiano e la tassa comunitaria ha creato un cortocircuito operativo, generando confusione sia tra gli operatori doganali che tra i consumatori finali; questi ultimi, come dimostra un reclamo recentemente presentato da un'utente contro il sistema di calcolo di Temu, si sono visti applicare la tariffa di tre euro per ogni singolo articolo invece che per l'intero ordine, segno evidente che il nuovo quadro normativo non è stato recepito in modo uniforme dalle piattaforme.
L'emendamento e le coperture: il Fondo come salvagente
L'iniziativa dei due partiti di maggioranza, che di fatto agiscono in perfetta sintonia, non è certo una sorpresa in un clima politico dove la pressione dei giganti del commercio elettronico e delle associazioni dei consumatori si è fatta sentire in modo deciso.
Lo spostamento al 2027, se approvato, vanificherebbe però qualsiasi piano di incasso per l'anno in corso, facendo slittare l'intero gettito a un futuro ormai incerto; la scelta di utilizzare il Fondo per interventi strutturali di politica economica come fonte di copertura, inoltre, apre un interrogativo sulla sostenibilità di un provvedimento che, dopo due rinvii consecutivi, rischia di perdere la sua ragion d'essere, trasformandosi in un mero esercizio di stile politico più che in uno strumento efficace di regolamentazione del mercato.
La posta in gioco è notevole, se si considera che l'analisi della Banca centrale europea, diffusa nelle scorse settimane, certifica l'inarrestabile ascesa delle piattaforme cinesi nell'area dell'euro, con un raddoppio delle spedizioni a basso costo nell'ultimo anno, il che significa che il fenomeno che la tassa intendeva arginare è ormai strutturale.
Un rinvio che rischia di rendere la tassa inutile
L'effetto concreto di questo ennesimo slittamento, in attesa del parere della commissione Bilancio e del successivo passaggio in Aula, sarebbe quello di cancellare di fatto ogni effetto deterrente della misura per l'intero 2026 e per gran parte del 2027, lasciando campo libero ai colossi dell'e-commerce che continuano a macinare vendite e a conquistare quote di mercato.
I consumatori europei, come evidenziato dalla stessa Bce, sembrano premiare senza esitazione il rapporto qualità-prezzo offerto dai venditori asiatici, e l'incertezza normativa non fa che alimentare la percezione di un sistema di regole fragile e facilmente aggirabile.
Il rinvio, insomma, non farebbe che restituire l'immagine di un'Italia che, dopo aver annunciato a gran voce una stretta sui minipacchi, si trova ora a fare marcia indietro o, quantomeno, a temporeggiare di fronte alla complessità applicativa di una tassa che molti, nel frattempo, hanno già imparato a eludere o, peggio, a ignorare del tutto, con il rischio concreto che il provvedimento si riveli un boomerang per il fisco italiano.




