Dazi e decarbonizzazione: il primato green della Cina tra contrasti e paradossi
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Redazione Esteri
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Le misure protezionistiche, ideate con l'intento di salvaguardare le industrie nazionali, stanno rivelando un pericoloso effetto boomerang, rischiando non solo di alterare gli equilibri del mercato globale ma anche di consegnare, quasi per inerzia, alla Cina una posizione di predominio pressoché incontrastata nel settore delle tecnologie pulite. Secondo quanto emerge dal report “Clean Energy Trade and Emerging Markets” di BloombergNEF, le barriere commerciali, con i dazi che ne costituiscono l’espressione più diretta, potrebbero far lievitare i costi complessivi della transizione energetica fino a un significativo 16%, un aggravio che finirebbe per rallentare il percorso mondiale verso la decarbonizzazione. È un paradosso, questo, che si inserisce in un quadro già profondamente contraddittorio, dove le politiche economiche ottengono l’esatto opposto di quanto promesso, regalando a Pechino un vantaggio competitivo che appare sempre più solido.
Il doppio volto del gigante asiatico
La Cina, che da tempo mantiene il poco invidiabile primato di maggiore emettitore di gas serra del pianeta – una responsabilità che si traduce in oltre il 30% delle emissioni globali, equivalenti a circa 15,6 miliardi di tonnellate di CO2 –, dimostra simultaneamente una capacità produttiva e d’investimento senza eguali nel campo delle rinnovabili e della mobilità elettrica. Questo dualismo, che la vede protagonista assoluta tanto nel generare il problema quanto nell’offrire alcune delle soluzioni tecnologiche più avanzate, delinea una situazione complessa, la quale non mancherà di essere al centro del dibattito in vista della prossima COP30, la conferenza delle Nazioni Unite sul clima in programma a Belem, in Brasile, a partire dal prossimo 10 novembre. L’Unione Europea, per parte sua, naviga in acque altrettanto turbolente, sebbene per ragioni differenti e interne, mostrando una frammentazione di posizioni che ne complica l’azione.
Le contromisure di New York nell'era Trump
Oltreoceano, mentre la scena internazionale è dominata dalle questioni climatiche e commerciali, un’altra battaglia, di natura squisitamente politica e legale, si sta preparando. Il nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, ha dichiarato pubblicamente la sua intenzione di opporsi con determinazione alle eventuali politiche dell’amministrazione di Donald Trump, organizzando con tempestività una struttura legale di notevole portata. L’amministrazione cittadina, ha spiegato Mamdani in un’intervista, sta già lavorando per schierare duecento avvocati, un esercito di togate e toghi pronto a difendere in tribunale gli interessi della Grande Mela da quelle che percepisce come ingerenze federali. Il presidente Trump, da parte sua, ha già bollato il neosindaco con l’etichetta di "comunista antisemita", affermando, in una delle sue caratteristiche uscite, che "la gente comincerà a lasciare New York, fuggiranno dal regime comunista".
Il costo geopolitico della transizione energetica
Tornando al tema energetico, la situazione globale appare sempre più come una partita a scacchi i cui movimenti, come le mosse protezionistiche, producono conseguenze di vasta portata e spesso impreviste. L’aumento dei costi, causato proprio dalle barriere doganali, non solo minaccia di allungare i tempi per il raggiungimento degli obiettivi climatici internazionali, ma rischia anche di cristallizzare una dipendenza tecnologica da un unico attore globale. La Cina, nonostante il suo pesante fardello di emissioni, continua infatti a investire capitali ingenti in auto elettriche e in infrastrutture per le energie rinnovabili, consolidando un’egemonia industriale che le barriere commerciali occidentali, ironia della sorte, potrebbero finire per rafforzare ulteriormente, in un circolo vizioso che lega indissolubilmente economia, ambiente e geopolitica.




