Dazi, Trump annuncia nuove tariffe al 100% mentre Pechino controlla le terre rare
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Redazione Esteri
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La tregua commerciale, che aveva concesso un effimero respiro ai mercati globali dopo l’accordo relativo a TikTok, si è ormai dissolta, lasciando il posto a una nuova e più intensa fase di confronto tra Washington e Pechino. L’annuncio di Donald Trump, fatto proprio l’altro giorno, di applicare dazi del cento per cento su tutti i beni importati dalla Cina a partire dal primo novembre, segna un’escalation senza precedenti in un braccio di ferro che, nonostante le trattative protrattesi per cinque mesi, appare lontano da una soluzione negoziata. Il presidente americano ha motivato la sua decisione, che si aggiunge alla tariffa del trenta per cento già vigente, definendo “pessimo, davvero pessimo” il comportamento della controparte, in un clima di reciproche accuse di voler sabotare gli equilibri raggiunti a maggio. D’altronde, la guerra commerciale si configura sempre più come una tendenza strutturale, un sintomo inevitabile della frammentazione in atto nel mercato mondiale e dell’inasprirsi della competizione globale.
Il sistema di licenze cinese per le terre rare
Mentre Trump alza la posta in gioco con le minacce tariffarie, la Cina risponde con una mossa strategicamente complementare, che punta a consolidare il suo controllo su risorse critiche per l’industria tecnologica. Come ha spiegato Lorenzo Lamperti, offrendo una prospettiva focalizzata sulle implicazioni pratiche, Pechino ha infatti deciso di sottoporre a un rigido sistema di licenze governative tutti i materiali legati alle sue terre rare, compresi quelli che vengono successivamente lavorati all’estero. “È una mossa che chiaramente mette sotto controllo tutti i materiali legati alle terre rare cinesi, anche quelli che vengono poi finalizzati all’estero”, ha specificato il giornalista, sottolineando come questa decisione non costituisca un divieto assoluto ma piuttosto un meccanismo di regolamentazione che obbligherà ogni azienda, anche straniera, a richiedere un’autorizzazione formale. Si tratta di un’iniziativa che, sebbene meno plateale di un dazio, possiede un potenziale dirompente per le catene di approvvigionamento globali.
Pechino accusa Washington di "standard doppi"
La replica di Pechino alle ultime mosse statunitensi non si è fatta attendere, e si è concentrata sull’accusa di applicare “standard doppi” nella condotta delle relazioni economiche. Attraverso i suoi canali ufficiali, il governo cinese ha stigmatizzato l’approccio americano, affermando che “minacciare di introdurre tariffe alte in ogni momento non è l’approccio corretto per impegnarsi con noi”. Questa dichiarazione riflette la profonda frattura diplomatica che accompagna la contesa commerciale, dove ogni azione viene percepita come una provocazione e ogni ritorsione come una necessaria difesa della propria sovranità economica. La tensione, dunque, continua a salire rapidamente, con entrambe le potenze che si rimpallano la responsabilità dell’aver rotto una già fragile intesa.
Venti giorni per una trattativa impossibile
Con la scadenza del primo novembre che si avvicina inesorabilmente, restano appena venti giorni per tentare una mediazione che, allo stato attuale, appare quanto mai improbabile. L’annuncio di Trump sulle tariffe totali e le restrizioni all’esportazione di “software critici” ha di fatto azzerato ogni margine di dialogo costruttivo, spostando il confronto su un piano di pura contrapposizione. La decisione cinese di istituire un sistema di licenze per le terre rare, d’altra parte, dimostra come Pechino non intenda rimanere in una posizione di acquiescenza e sia pronta a sfruttare i propri punti di forza in una partita i cui esiti avranno ripercussioni profonde sugli assetti economici planetari.




