Scontro commerciale Usa-Cina, la partita si gioca sulle licenze per le terre rare
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Redazione Esteri
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La tensione tra Washington e Pechino, dopo una breve tregua, ha ripreso a salire rapidamente, trasformando la politica commerciale globale in un campo di battaglia dove si rincorrono accuse reciproche di sabotaggio. L’annuncio del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, reso noto il 10 ottobre, di voler applicare dazi del cento per cento sull’intero paniere di beni importati dalla Cina a partire dal primo novembre, ha infatti innescato una reazione a catena. La mossa statunitense, giustificata come una risposta necessaria al “pessimo, davvero pessimo” comportamento di Pechino, non si limita ai soli dazi ma include anche severe restrizioni all’esportazione di “software critici”, segnando un’escalation significativa in un braccio di ferro che sembrava essersi placato solo pochi mesi fa.
Il controllo strategico delle risorse
La replica cinese, per voce del suo ministero del Commercio, è stata immediata e ha ribadito una posizione che, sebbene dichiari di non volere un conflitto, sottolinea una ferma determinazione a non subirlo. “La nostra posizione sulla guerra commerciale è coerente: non la vogliamo, ma non ne abbiamo paura”, ha affermato un portavoce, accusando esplicitamente gli Stati Uniti di adottare “standard doppi”. L’aspetto più strategico della contromossa di Pechino, tuttavia, risiede nel nuovo sistema di controllo sull’export dei materiali legati alle terre rare, quei minerali fondamentali per l’industria tecnologica e quella della difesa. Come ha spiegato Lorenzo Lamperti, offrendo una prospettiva complementare, “è una mossa che chiaramente mette sotto controllo tutti i materiali legati alle terre rare cinesi, anche quelli che vengono poi finalizzati all’estero”.
Un meccanismo di autorizzazioni, non un blocco
Lamperti ha evidenziato come la decisione cinese non costituisca un divieto assoluto di esportazione, ma istituisca piuttosto un articolato sistema di licenze governative. “Ogni azienda, anche straniera, dovrà chiedere questa licenza al Governo cinese”, ha precisato il giornalista, delineando un meccanismo che conferisce a Pechino uno strumento di pressione estremamente raffinato e discreto. Questo approccio, che trasforma un’arma commerciale potenzialmente brutale in un dispositivo di regolazione capillare, permette alla Cina di mantenere un flusso controllato di risorse critiche verso l’esterno, assicurandosi al contempo un potere negoziale formidabile nelle trattative che dovranno necessariamente svolgersi nelle prossime settimane.
La posta in gioco oltre i dazi
Oltre allo scontro verbale, che vede Pechino contestare a Trump un approccio basato sulla minaccia continua, definendolo non “il modo corretto per impegnarsi”, la partita vera si gioca dunque sul controllo delle supply chain globali. La minaccia statunitense di dazi totali e il controllo sui software si scontra con la risposta cinese, che colpisce un punto di forza strategico e difficilmente sostituibile dell’apparato produttivo occidentale. Le due economie maggiori del pianeta si trovano così impegnate in una complessa trattativa, della durata di venti giorni, dove la posta in gioco va ben oltre il valore delle merci scambiate, toccando i nervi scoperti della sicurezza nazionale e della supremazia tecnologica.




